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mercoledì 27 gennaio 2010

Shoah, è il Giorno della Memoria

Tragica esperienza
carica di insegnamenti e valori

Roma - (Adnkronos/Ign) - Elie Wiesel, il capo dello Stato e il presidente della Camera Fini inaugurano, nella sala dei Busti, la mostra 'Auschwitz-Birkenau, 65° Anniversario della Liberazione, 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2010'. Poi l'intervento del premio Nobel per la Pace in Aula alla Camera: ''Senza la memoria la speranza non potrebbe esistere''.
La Shoah è "una tragica esperienza, ancora carica di insegnamenti e di valori per le nuove generazioni". Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la celebrazione nel Salone dei Corazzieri al Quirinale del 'Giorno della Memoria', alla presenza tra gli altri del presidente della Camera Gianfranco Fini, del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, del sottosegretario al ministero dell'Istruzione Giuseppe Pizza, del presidente dell'Unione comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e di Elie Wiesel, Premio Nobel per la pace. Per il capo dello Stato - che prima dell'intervento ha premiato le scuole vincitrici del concorso 'I giovani incontrano la Shoah' - "sentire le parole dei ragazzi che studiano le persecuzioni naziste, le sofferenze e la resistenza degli ebrei deportati nei campi di concentramento e l'epilogo tragico dello sterminio, è motivo di conforto per tutti noi. Non chiediamo di meglio che trasmettere loro il testimone, a nome dello Stato". Rivolgendosi direttamente a Wiesel, Napolitano lo saluta come "la voce più alta che potessimo aspirare di avere con noi in questa 'giornata'" e ricorda al Premio Nobel per la pace quanto egli sia "profondamente rispettato e apprezzato in Italia: ammiriamo il suo impegno incessante a trasmettere la memoria, a testimoniarla, a lottare per la causa della libertà, dei diritti umani, della mutua comprensione e della pacifica convivenza fra i popoli".

Alle 12, Wiesel, insieme a Napolitano e a Fini, inaugureranno, nella Sala dei Busti della Camera, la mostra 'Auschwitz-Birkenau, 65° Anniversario della Liberazione, 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2010'. Attraverso documenti, fotografie e lettere inedite, oggetti provenienti dai ghetti e dal campo di Auschwitz-Birkenau, testimonianze e filmati, la mostra intende offrire al pubblico la possibilità di conoscere quanto vissuto da milioni di persone prima, durante e dopo il loro internamento nel campo di sterminio.

Alle 12.15, dopo l'inaugurazione della mostra, è in programma la celebrazione in aula della Giornata della Memoria che verrà aperta dall'intervento di Fini cui seguirà quello di Elie Wiesel. La cerimonia sarà trasmessa in diretta sul canale satellitare, sulla webtv della Camera e su Rai1.

"C'è solo una parola che definisce la mia vita - ha detto Elie Wiesel, sopravvissuto all'Olocausto, in un editoriale dedicato al Giorno della memoria trasmesso dal Tg5 - che definisce ciò di cui la nostra generazione ha più bisogno: è la memoria. Senza la memoria la speranza non potrebbe esistere. Senza di essa l'umanità non sarebbe quello che è. Senza il ricordo, ci sarebbe solo una storia di assoluta disperazione". "Sia per coloro che ci parlano ancora, sia per quelli che sono morti, c'è solo una parola che li accomuna ed è: ricordare. L'appello alle generazioni che verranno è: ricordare, ricordateci".

La cerimonia cade a dieci anni dall'entrata in vigore della legge che ha istituito il Giorno della Memoria per ricordare la Shoah. Dopo il leader dell'Olp Yasser Arafat il 15 settembre 1982 in occasione della Conferenza interparlamentare mondiale, Re Juan Carlos di Spagna il 29 settembre 1998 davanti ai deputati e Giovanni Paolo II il 14 novembre 2002 di fronte al Parlamento riunito, Wiesel è la quarta autorevole personalità a prendere la parola nell'aula di Montecitorio

domenica 20 dicembre 2009

“Nell’anno di Darwin e Galileo, sulla frontiera tra Scienza e Teologia”

La 'Lectio Magistralis'
di S. E. Mons. Gianfranco Ravasi,
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, all’Università di Parma (12/11/2009)

Altra Tradate vi propone questa lettura, scelta per la qualità e l'intuito che l'autore sa inserire nei propri scritti. Il periodo natalizio - particolarmente indicato ai problemi della fede, della religione e della ragione: "Dio che si fa uomo"! - può essere il contesto più agevole capace di 'giustificare' questo intervento in un blog.


Prima di iniziare questa riflessione comune devo confessare l’emozione profonda che provo nell’essere qui accolto anche oggi al di là del valore reale della mia presenza all’interno della cultura italiana. Con un’accoglienza così intensa da donarmi un’emozione che si tempera con un sentimento antitetico, che è quello della confidenza, della familiarità, perché in questa Università io sono stato tante altre volte, e quindi ritrovo un’atmosfera di amicizia si ricrea in questa giornata.
Proprio con questo clima vorrei proporre ora una riflessione di metodo: non entrerò cioè nel merito specifico del rapporto, per esempio, tra teoria dell’evoluzione e dottrina teologica sull’antropologia, né voglio entrare nel merito di una vicenda che a più riprese io ho invitato a concludere ormai in maniera rigorosa, storiograficamente ineccepibile, cioè il famoso caso Galileo. Sono infatti convinto che l’elemento fondamentale sia quello di superare il passato e di affacciarci sul futuro, sull’orizzonte che ci sta di fronte appunto, e questo è il tema dominante della mia lectio,
tentando di vedere quale sia il possibile dialogo tra scienza e teologia. In questa luce io vorrei partire facendo una premessa. Proporrò poi soltanto due considerazioni. La prima più breve, la seconda invece più articolata.


La premessa. Vorrei fare riferimento a una componente radicale, anche se tante volte disattesa, della teologia, della stessa esperienza di fede: ed è quella che è stata espressa in maniera simbolica già nel titolo di un’Enciclica del 1998, di Giovanni Paolo II. Come è noto, essa è titolata sulla base delle prime due parole latine, Fides et ratio. Il testo poi continua in latino in maniera suggestiva: Fides et ratio binae quasi pennae, che tradotto significa “sono quasi come due ali”, e prosegue “con le quali lo spirito umano s’innalza a contemplare la verità”.

Ecco, l’elemento capitale è proprio il binomio inscindibile (un binomio che non deve mai essere spezzato, anche se le tentazioni ci sono): fides et ratio, fede e ragione. E a questo proposito abbiamo alle spalle una tradizione gloriosa che non possiamo dimenticare; in questa tradizione gloriosa io vorrei far emergere un volto soltanto, assolutamente indiscutibile sia per la cultura religiosa teologica sia per la cultura laica: la figura di S. Agostino, questo genio assoluto dell’umanità. Di lui vorrei ora offrire due testimonianze. La prima è una frase brevissima che quasi potrebbe essere un motto: è nell’interno di una sua epistola. E’ un imperativo che egli rivolge al suo interlocutore: ecco, io mi sentirei di rivolgerlo costantemente in particolare a quei credenti, o a quei teologi, che sono convinti che l’orizzonte della fede sia assolutamente unico e irriducibile ad altri orizzonti, ad altri approdi. Agostino scriveva: intellectum valde ama, cioè “ama intensamente l’intelletto, l’intelligenza”. E in un’altra sua opera minore, il De praedestinatione sanctorum, scriveva queste parole che vi traduco (si senta la forza, persino il paradosso, e anche lo stile agostiniano): “Chiunque crede, pensa, e credendo pensa, e pensando crede; la fede se non è pensata è nulla”. Siamo di fronte a una dichiarazione di grande forza, che in un certo senso fa comprendere perché la cristianità, soprattutto di quei secoli, non abbia avuto nessuna esitazione ad adottare il sistema di pensiero profondamente laico, anzi pagano, della cultura greca; Agostino, per esempio, adotta la struttura plotiniana, anche il metodo plotiniano (e naturalmente le ascendenze platoniche) con una passione e con una capacità di trasformazione straordinaria, invitando perciò a un dialogo assolutamente necessario con la cultura laica, diremmo noi oggi. Il cristianesimo, per molti versi come teologia, come religione, come fede, si distacca però dalla fede greca: essa nel suo cuore ultimo (non dico la teologia alta di Platone, per esempio, ma la teologia greca a livello soprattutto popolare) era annodata attorno al concetto di anánke, eimarméne, cioè di fato, al quale doveva sottostare persino lo stesso Zeus, così da creare alla fine una sorta di inconciliabilità da una parte tra la razionalità, che veniva invece celebrata nell’orizzonte del pensiero filosofico, e dall’altra il mondo della fede sul quale incombeva la presenza indecifrabile, ineffabile, del fato.

In questo senso esiste anche una possibile dissonanza con una certa visione (non esclusiva, devo dire) della teologia islamica, che in quel maktûb/“sta scritto” - nella celebrazione totale e assoluta della trascendenza divina - presenta alla fine l’incompatibilità tra l’infinito e l’eterno del divino e il contingente, lo storico, il tempo propri della realtà umana. Ricordiamo quella celebre battuta della tradizione musulmana che dice: “Ricordati, Dio è il sole, e tu sei una pozzanghera d’acqua: qualche volta la pozzanghera d’acqua può riflettere il sole, ma non cessa di essere pozzanghera”. La distanza è assolutamente invalicabile, e quindi la ragione, che è strutturale alla conoscenza umana, non può essere comparabile all’infinito pensiero di Dio. Concludo questa lunga premessa dicendo che la tradizione ebraico-cristiana (mi piacerebbe dimostrarlo anche, per esempio, nel libro di Giobbe, un libro che non è tanto una riflessione, come ancora molti credono ancora oggi, sul problema del male o del dolore; quella è solo l’occasione) tende piuttosto a portare l’uomo a una riflessione sul mistero di Dio, sulla ‘etsah di Dio, cioè sul suo “progetto” che è meta-razionale ma non irrazionale. In questo senso l’ebraismo si distacca anche dalle culture della Mezzaluna fertile. In uno dei primi testi dell’umanità, offerti dalla cultura sumerica, c’è una tavoletta dedicata al dio principe del Pantheon sumerico, il dio Enlil. In essa si afferma: “Tu, o dio, sei come un arruffìo di fili di cui non si trova il bandolo”. Dio è una confusione; prendo il bandolo, se lo trovo, e si arruffa di più. E’ un orizzonte misterioso... La tradizione ebraico-cristiana, invece, si muove, e la metafisica classica lo attesta, con queste binae quasi pennae, con queste due ali che sono entrambe necessarie e perlustra l’orizzonte divino.


Esaurita questa premessa, vorrei fare allora la prima riflessione, che è solo un abbozzo, una semplificazione. Questa prima considerazione è in riferimento a una parola che, quando la si pronuncia oggi, o la si circonda di tante precisazioni, oppure si evita di dirla: la “verità”, il concetto di verità, e la conoscenza della verità. Attualmente si confrontano due concezioni della verità: le descrivo in maniera forse banale. C’è un primo concetto di verità che, se vogliamo usare un termine caro a Benedetto XVI è un concetto relativistico della verità, io direi un concetto soggettivistico della verità. Il punto di partenza è molteplice: lo trovo in un testo che mi ha sempre catturato non foss’altro che per il titolo biblico, Leviathan. In quell’opera Thomas Hobbes formula quel famoso detto: Auctoritas, non veritas facit legem. Cioè che la norma di vita, la legge, non è fatta dalla verità ma dall’autorità. Per cui l’autorità può mutare la verità secondo le circostanze, secondo i contesti. E questa affermazione diverrà la base della teoria del contrattualismo. Ebbene, questa intuizione è diventata sempre più dominante, per cui il “vero” è una realtà che viene elaborata dal soggetto e dalla società, secondo contesti, coordinate storico-culturali differenti.

E’ curioso notare che una studiosa americana, Sandra Harding, ha scritto un saggio intitolandolo così (si noti l’ammiccamento ironico a un testo che tutti hanno in mente): La verità non vi farà liberi. Il rimando è a un testo giovanneo (Giovanni 8, 32), con il pronunciamento di Cristo: “La verità vi farà liberi”. Essa considera la verità come se fosse una sorta di gelo dell’intelletto, che viene bloccato da una verità precostituita, mentre noi dovremmo ininterrottamente elaborare una verità che muta, che ha i suoi condizionamenti sulla base di una evoluzione o comunque di situazioni che sono continuamente mutevoli. E’ facile intuire anche le conseguenze di tipo etico (l’etica situazionista) di tale concezione.

Dobbiamo dire che in questa linea si muovono pure alcuni grandi rappresentanti dell’antropologia culturale: pensiamo a Michel Foucault, il quale ricordava che la verità è come una cappa di piombo che ti sta sopra, come una lebbra del pensiero: dobbiamo lasciar libero il pensiero, come è accaduto nelle varie culture differenti che hanno verità ininterrottamente mutevoli; la verità è come una Medusa, dai volti che ininterrottamente cambiano.

C’è però anche un’altra concezione che si contrappone a questa: ed è la prospettiva di tipo classico, tradizionale, secondo la quale la verità è trascendente, cioè non è elaborata come un filo dall’interno di noi, ma noi entriamo in essa, perché noi la ricerchiamo. E’ un pellegrinaggio, un itinerario, e la verità è una realtà epifanica (per il credente, teofanica). Questa concezione evidentemente parte già dalla filosofia classica; pensiamo, non so, all’idea della pianura della verità del Fedro di Platone. Il cocchio dell’anima corre in questa pianura che la precede, che la eccede; c’è una frase veramente suggestiva, a mio avviso, nei Minima moralia di Adorno, che è in questo senso folgorante. Dice: La verità non la si ha, ma vi si è. La verità non è come un oggetto da mettere in tasca. Robert Musil, nell’Uomo senza qualità, diceva appunto che la verità non è una pietra preziosa da custodire in uno scrigno, ma è come un mare, nel quale gettarsi, immergersi per navigare. E’ questa la tradizionale concezione della verità: quella del primato della verità, della sua trascendenza, della sua illuminazione. Una concezione tipica della teologia, ma anche tipica della concezione classica della stessa filosofia. Di fronte a queste due concezioni differenti evidentemente si pone anche il problema del rapporto tra scienza e fede, tra scienza e teologia, o fede e ragione.

Ma vorrei anche aggiungere un’ultima parola per questo primo capitolo sul tema della verità: essa riguarda il tema della conoscenza della verità stessa. Come si conosce la verità? Naturalmente la via razionale, la via intellettiva, è in un certo senso come il viale principale secondo tutta la tradizione, anche nelle due concezioni che ho descritto prima. Tuttavia già il mondo greco (ancor più il mondo ebraico-cristiano) si è accorto che non bastava questa strada, la strada della razionalità, ma era necessario un altro percorso. Vorrei evocare un testo di Bacchilide, un poeta greco del V secolo a.C., il quale dice che alétheia , la “verità” greca, è il contrario (lo dice un po’ liberamente dal punto di vista filologico) di léthe, che è la dimenticanza, l’ignoranza. Ebbene, che cosa sana la léthe e la fa diventare alétheia? E’ la mnéme, la memoria, il ricordo (e questa sarà la linea che dominerà con Platone). Ricordiamo la teoria della reminiscenzadi Platone. Ma Bacchilide aggiunge un nuovo elemento: dov’è la mnéme, quel ricordo che ci consente di cancellare la léthe, la dimenticanza, l’ignoranza, e avere l’alétheia, la verità? E’ in mnemosne, che è la Musa delle arti: è l’arte. Abbiamo così un’altra via di conoscenza che la cultura greca ci presenta: la via della bellezza, la via dell’estetica, la via della poesia.


Il cristianesimo andrà oltre e introdurrà la via dell’amore: tant’è vero che abbiamo curiosamente, nella Prima Lettera di san Giovanni frasi di questo genere: “Amiamo essere nella nella verità... Chi odia il fratello è un mentitore, un negatore della verità”. Ecco allora una via ulteriore di cui noi siamo consapevoli, attraverso l’esperienza dell’innamoramento, con quella conoscenza fondamentale che l’uomo adotta quando ama l’altra persona. E’ la via della pura razionalità? Certo, anch’essa viene usata; ma l’elemento fondamentale è di altro genere, è parallelo a quello dell’estetica, dell’intuizione poetica, è un qualcosa che appartiene a un’altra grammatica, la grammatica dell’amore. Tant’è vero che il volto della persona amata - quel volto che di per sé può avere della caratteristiche razionalmente fissate, codificate e marginali, secondarie - diventa carico di significati ulteriori, più profondi e altrettanto veri, perché, come diceva Joan Miró, il grande pittore catalano, compito dell’arte non è mostrare il visibile (questo lo fa la ragione), compito dell’arte è mostrare l’invisibile nel visibile, cioè il segreto ultimo, il nodo d’oro che spiega la realtà; e questo avviene con un percorso di conoscenza che è non dico alternativo alla ragione, ma si muove su un altro itinerario.


Questo è importante per poter passare alla seconda considerazione, quella sul tema che è alla base del nostro incontro: cioè scienza e teologia. Come ci si è comportati, come si è vissuta questa esperienza? Vedere il passato ci può permettere anche di intuire come si possa poi in futuro camminare, procedere, lavorare scienziati e teologi insieme. Abbiamo organizzato a Roma nell’anno darwiniano un convegno sul problema dell’evoluzione biologica. Sono stati chiamati in una settimana, facendoli presenziare e interloquire contemporaneamente, scienziati di qualsiasi estrazione, atei, cristiani, cattolici, diversamente credenti, poi i filosofi e, infine, i teologi. Lo si è fatto proprio per cercare in qualche modo di vedere quali siano le possibilità di un incontro e di un ascolto.

Se guardiamo al processo del rapporto tra teologia e scienza, possiamo distinguere tre tappe fondamentali. La prima tappa è quella che chiamerei la teoria “del rigetto”: quando da un lato lo scienziato considerava la filosofia, e soprattutto la teologia, come un elemento da mettere nel deposito dei relitti del paleolitico intellettuale, qualcosa di assolutamente superato. Questa concezione ha avuto forse il momento più esplicito per esempio col positivismo di Comte, quando egli negava la legittimità, sono sue parole, di ogni interrogazione al di là della fisica. La fisica è il mondo in cui l’uomo moderno si deve interrogare: tutto ciò che si domanda fuori appartiene alla mitologia. C’è stata poi un’evoluzione più sofisticata col neopositivismo, col Trattato logico-filosofico di Wittgenstein, quando appunto si è introdotto quel famoso principio secondo il quale su ciò di cui non si può parlare si deve tacere: l’ineffabilità del trascendente, di ciò che sta oltre.

Devo tuttavia dire che questa concezione (anche perché Wittgenstein dal punto di vista religioso non era un agnostico radicale, anzi), voleva perlomeno riconoscere un’altra dimensione, l’ineffabilità propria dell’orizzonte mistico. Ma per molti, anche ai nostri giorni, questa è diventata ancora una volta la convinzione che il mondo della teologia sia un mondo vago, incerto, confuso; il vento cristallino della ragione ha spazzato via tutte queste nebbie, le nebbie dei simboli, le nebbie dei miti.

Questo è stato uno dei periodi nei quali anche la teologia, d’altra parte, si disinteressava della scienza: tentava, caso mai, di perimetrarne i confini di ricerca, cercava di usarla, quando serviva, a livello apologetico. Ci sono stati alcuni scienziati cattolici che, a mio avviso, hanno varcato i confini del loro ambito e sono diventati più apologeti, usando la scienza per finalità teologiche. Questo non era un buon servizio, per certi versi era ancora un continuare un rigetto, una tensione.

C’è stato poi un secondo momento, presente ai nostri giorni, ed è la cosiddetta teoria “dei due livelli”, alla quale dobbiamo riconoscere una profonda validità. Essa è stata formalizzata in una maniera direi incisiva da uno scienziato americano morto nel 2002, Stephen Jay Gould, il quale aveva coniato quell’acronimo inglese NOMA, che vuol dire “Non Overlapping MAgisteria”: i magisteri non sovrapponibili. Il magistero della scienza e il magistero della teologia, l’insegnamento della scienza e l’insegnamento della teologia. In pratica, noi siamo in presenza di due strade: sono due strade che hanno un loro percorso indipendente, autonomo, e proprio per questo sono reciprocamente intraducibili, ma anche si rivelano per questa via non conflittuali.

Questo lo diceva già, per esempio, nel 1878 Nietzsche, nella sua opera Umano, troppo umano, quando scriveva, in una sorta di anticipazione della teoria dei due livelli: Tra la religione e la scienza non esistono né parentele né amicizia, ma neppure inimicizia. Esse vivono in sfere diverse. E questo a mio avviso è un passo significativo. Lo scienziato, ad esempio, scopre che la teologia ha una sua epistemologia, una sua metodologia, un suo statuto, una sua coerenza interna, non è un sistema casuale, emotivo, irrazionale, ma caso mai meta-razionale, che percorre un altro viale di conoscenza.

Queste due strade per molti versi corrono sempre parallele e, come accade alle parallele, non si incontrano ma si devono riconoscere, rispettare e ascoltare, come affermava Max Planck nel suo saggio sulla Conoscenza del mondo fisico: Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente. Ecco allora un passo in avanti: cioè lo scienziato, proprio perché è uomo, proprio perché è complesso nel suo conoscere, ha bisogno, come accade nel caso dell’uomo innamorato, di usare talora anche l’altro canale di conoscenza, l’altro livello; non gli basta solo il suo, “per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente”.

Ed ecco allora la terza teoria: quella che è stata chiamata la teoria “del dialogo”, che supera quella dei due livelli. La teoria dei due livelli afferma che ci sono due lógoi, uno scientifico e l’altro teologico, qui invece si suppone un diá-logos, un incrocio, un ascolto che diventa anche collaborazione, senza che per questo i due statuti si confondano (come purtroppo succede qualche volta, per esempio in alcune teorie creazionistiche che confondono l’apporto scientifico con l’apporto teologico); quindi non confondendo ma dialogando.

Ebbene, questa teoria del dialogo è stata proposta da uno scienziato polacco, premiato nel 2009 col Premio Templeton per la scienza: si tratta di Michail Heller. Egli scriveva: "Esistono alcuni tipi di asserzioni che si lasciano trasferire dal campo delle scienze sperimentali (primo livello) a quello filosofico e viceversa senza confondere i livelli. E faceva un esempio: la categoria “tempo”, come è stata elaborata in maniera grandiosa dalla filosofia (pensiamo anche ad Agostino); ora, questa elaborazione filosofica è stata fondamentale per l’elaborazione della categoria “tempo” nell’ambito scientifico. Pensiamo alla teoria della relatività: anzi, in quel caso anche la categoria “spazio”, così come è stata elaborata dalla filosofia talora secondo percorsi inediti, diventa altresì fondamentale per poter riconsiderare il concetto di spazio e di tempo.

Talvolta, quindi, i due livelli, pur indipendenti, lanciano dei ponti di comunicazione tra loro. In questa linea vorrei dire qualcosa anche a proposito della teoria evolutiva, soprattutto attorno al tema della ominizzazione. Quando si può determinare il momento, anche se è un momento dinamico (non è un punto preciso), in cui c’è il passaggio dal primate all’ homo sapiens, o all’homo sapiens sapiens? Come lo si può determinare? Dal punto di vista meramente fisiologico, è possibile? No. Si è tentato, sì, in passato, su una base piuttosto estrinseca, quella fisiologica della aumentata capacità della scatola cranica. Ma anche questa era una determinazione molto fluida, oggetto di obiezioni. Ora, qual è l’atteggiamento di scienziati e di filosofi e di teologi a proposito dell’ominizzazione? E’ il ricorso alla verifica del momento in cui questo soggetto comincia a usare il simbolo, inizia cioè a creare una eccedenza di significati rispetto alla percezione immediata del reale. Quando si dà un valore simbolico alla realtà, si crea l’arte, si crea la religione. In quel momento, perciò, l’esperienza estetica, l’esperienza simbolica è generativa. E questa tappa si determina anche attraverso il contributo dell’antropologia culturale, della filosofia e così via, e dell’arte stessa.

La genialità di un altro pensatore, che era al tempo stesso teologo, filosofo, scienziato, in maniera suprema in tutti e tre i campi, perché era un genio assoluto, Pascal, ci offre un ulteriore spunto: nel pensiero 829 (edizione Chevalier), Pascal afferma che esistono tre ordini nell’uomo: l’ordine della carne (quello biologico), l’ordine degli spiriti (quello psicologico - e qui già cominciamo a fare un passo diverso, ci sono però elementi psicologici anche negli animali, anche nei primati - e infine c’è un ultimo ordine che rende radicalmente nuovo, inedito il soggetto e lo fa diventare pienamente umano. E lui lo chiama, cristianamente, l’ordine della carità. Un ordine che ha in sé una dimensione persino simbolica, estetica, e si manifesta quando una persona dà la vita per la persona che ama. In quel momento tutte le componenti precedenti non giustificano questo gesto. Si può arrivare sino al punto di amare il prossimo come se stesso, ed è già un passo evoluto ma non è escluso talora nell’animale. Quello della carità assoluta è, invece, il momento in cui appare l’ominizzazione suprema. Il contributo che viene dato dalla teologia, dalla filosofia alla scienza stessa è tale da permettere di definire che cosa sia l’uomo, paradossalmente usando un’altra prospettiva, un altro linguaggio, forse anche più completo e rigoroso.


Compito mio, anche nella funzione che ho nel Pontificio Consiglio della Cultura, e, direi, compito della teologia e della scienza, è quello di riuscire almeno a ricomporre gli ultimi due stadi; se lo stadio del rigetto è del passato - e ancora presente in alcune forme, ma più popolari che non altamente scientifiche - gli scienziati oggi sono molto più cauti nel rifiutare qualsiasi dimensione ulteriore rispetto alla loro. Ebbene, se è vero che abbiamo lasciato alle spalle la teoria del rigetto, ora la teoria dei due livelli, cioè del rispetto e dell’ascolto, ma io dico anche la teoria del dialogo devono diventare una prassi comune, senza che per questo si arrivi ad accordi artificiosi, senza che per questo l’imposizione dell’uno dei due campi sia tale da dover far mutare il risultato coerente ottenuto nel proprio livello.

Questa è la grande tentazione della scienza: di poter fare dichiarazioni che sono ulteriori rispetto al proprio perimetro. E la tentazione della teologia è quella di dover imporre alla scienza un suo protocollo di ricerca. Potranno però l’una e l’altra dire le loro ragioni motivate nell’ambito del loro orizzonte, tenendo sempre conto comunque che il dialogo diventa alla fine indispensabile perché identico è l’oggetto. Scienza e teologia studiano, infatti, lo stesso oggetto, l’uomo o il cosmo, e lo studiano da angolature differenti, come accade in due fotografie, una presa dal lato destro e l’altra dal lato sinistro, che non sono identiche, eppure il soggetto è lo stesso.

Ma non solo: lo scienziato e il teologo elaborano la loro riflessione specifica come creature umane, come persone, le quali sono però capaci di due tipi di linguaggio e di conoscenza: quella scientifica ma anche l’altro tipo di conoscenza, che è quella d’amore, estetica o teologica. L’uomo è unico ma con questa duplicità di fondo, l’uomo è naturalmente “bilingue” in questo senso. Ed è per questo che tutto ciò che si fa per salvaguardare i due livelli, ma anche per metterli in dialogo, è a mio avviso il grande risultato del lavoro che la scienza e la teologia devono fare, ciascuna nel proprio àmbito.

Concludo la mia riflessione evocando una testimonianza che metto a suggello di tutto il mio discorso. Abbiamo fatto una riflessione che potrebbe essere allargata in altre direzioni: pensiamo al rapporto tra fede e politica, tra fede, teologia ed economia, tra teologia e arte. Ad esempio si immagini il dialogo tra arte e fede come è stato per secoli e che ora si è spezzato. Hermann Hesse, in un saggio su Klein e Wagner, non esitava nel finale a dare questa definizione dell’arte: Arte significa: in ogni cosa mostrare Dio. L’arte sicuramente di sua natura tende a esprimere l’eterno e l’infinito. Proprio per questo l’arte è sorella della teologia, anche se su strade differenti.

Vorrei dunque concludere con una testimonianza non più del mondo cristiano, non più del mondo occidentale, ma del mondo dell’Oriente; anzi, dell’Oriente lontano. E’ un settenario che ci ha lasciato Gandhi: lo propongo in finale perché mi sembra, proprio per la sua vastità di orizzonti, una strada sulla quale il mondo universitario debba ininterrottamente lavorare. L’Università è certamente analitica, ma, lavorando sull’analisi si accorge che l’analisi non è la meta, non è l’approdo, è solo il fiume, il percorso; l’approdo è la sintesi. Anche la scienza cerca in ultima istanza la sintesi: la formula perfetta, bella, che riassuma tutte le leggi della fisica, ma che si ottiene attraverso un lunghissimo percorso analitico.

Ecco quindi il ricordo delle parole di Gandhi, valide in tutti i campi, in tutti gli orizzonti, non soltanto quello della scienza e della teologia:

L’uomo si distrugge con la politica senza princîpi,
l’uomo si distrugge con la ricchezza senza lavoro,
l’uomo si distrugge con l’intelligenza senza la sapienza,
l’uomo si distrugge con gli affari senza la morale,
l’uomo si distrugge con la scienza senza umanità,
l’uomo si distrugge con la religione senza la fede
l’uomo si distrugge con l’amore senza il sacrificio di sé.


Ecco, entrambe queste realtà devono incrociarsi tra di loro, e il nodo d’oro che le tiene insieme, la sintesi, il dialogo, è alla fine la nostra salvezza come creature umane.

martedì 8 dicembre 2009

'Altra Tradate' sta con il cardinale Tettamanzi! Lega, fuori controllo!

IL VOLTO DELLA INTOLLERANZA!
LA LEGA NORD 'MOLTO VICINA' ALLE PARROCCHIE, ATTACCA IL CARDINALE. CHE COERENZA!

CARD. BERTONE: "RACCOMANDO RISPETTO E VERITA' PER CARDINALE TETTAMANZI"
Milano, 8 dic. - (Adnkronos) - Per il segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, non c'e' "nessun problema" dopo gli attacchi della Lega Nord all'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi. "Io raccomando rispetto e verita' anche per il cardinale di Milano, un grande pastore della Chiesa che dà la vita per il suo popolo". Il cardinale Bertone ha accolto oggi a Milano il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in visita privata alla Biblioteca ambrosiana.
MILANO TORNI GRANDE
CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009
TESTO LETTO DAL CARDINALE


Carissimi,
ancora una volta il Signore mi dà la grazia e la gioia di rivolgermi alla Città per la festa di sant’Ambrogio, patrono di Milano e della Diocesi
(clicca qui).

sabato 28 novembre 2009

Vedano Olona, PdL (ancora...) succube della Lega

UN'OCCASIONE PERSA

Riceviamo e pubblichiamo
Questo è il giudizio che diamo sulla discussione che si è svolta nel Consiglio Comunale di venerdì 27 a proposito della Mozione ad oggetto: “Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul crocefisso nelle scuole” presentata dal Consigliere Capozza a nome del gruppo Lega - PdL, che, dopo un excursus sui diversi provvedimenti normativi che negli ultimi decenni si sono susseguiti sul tema, si concludeva con l'invito al Governo e alla Regione a promuovere iniziative volte al recupero e alla valorizzazione delle nostre comuni radici cristiane e al Sindaco a prendere posizione di censura in merito alla sentenza, a intraprendere ogni legittima iniziativa per difendere e tutelare le radici cristiane della nostra società e dell'Europa intera, a vigilare affinchè le Istituzioni scolastiche e le realtà educative di Vedano assicurino la presenza dei crocifissi in ogni aula.
Non condividendo la strumentalizzazione che si sta facendo del crocifisso e sapendo che nelle aule scolastiche vedanesi il crocifisso è presente abbiamo proposto che dalla discussione del Consiglio Comunale uscisse una decisione valida per Vedano e che ritenevamo potesse essere una vera occasione per una riflessione su ciò che il crocifisso ci dice e può dire ai giovanissimi.

La nostra proposta è stata dunque che si stralciassero le conclusioni della mozione presentata sostituendole con : invita il Sindaco ad assicurarsi che venga apposto vicino ad ogni crocifisso presente nelle strutture di proprietà del Comune la scritta "Ama il prossimo tuo come te stesso" coinvolgendo, non oltrepassandone l’autonomia decisionale, il Dirigente Scolastico per ciò che riguarda le aule scolastiche .
Le ragioni della nostra posizione le trovate nell'intervento che Giovanni Barbesino, a nome del gruppo, ha letto in Consiglio.
Messa ai voti la mozione ha raccolto il consenso di altri due membri della minoranza e di un consigliere di maggioranza. Secondo noi si è persa un'occasione per una riflessione seria su ciò che la Croce dice a tutti credenti e non.

Giovanni Barbesino e Antonella De Micheli

giovedì 5 novembre 2009

CANTO & CONTROCANTO (34)

CROCIFISSO KAPUT?
La sentenza della Corte Europea di Strasburgo sul crocefisso (che ha stabilito che esporre il crocefisso nelle classi della scuola pubblica è contrario al diritto dei genitori di educare i loro figli secondo le proprie concezioni religiose, e al diritto degli alunni alla libertà di religione) "è stata accolta in Vaticano con stupore e rammarico". Naturalmente.
Noi vogliamo essere e continuare ad essere laici; ma non è togliendo il crocefisso che si diventa tali.
Anzi! Proprio rispettarne il significato, la tradizione e la cultura sono segno d’intelligenza, tolleranza e apertura ai valori della nostra società. Non vogliamo discriminazioni religiose, ma neppure desideriamo che ci siano imposti (con sentenze opinabilissime) comportamenti che offendono le nostre radici occidentali e cristiane.
In caso contrario si fa il gioco di chi ama far salire quella marea e quella deriva ‘antidemocratica e razzista’ sulla quale continua a fare fortune – con atteggiamenti contradditori per un partito di Governo – la Lega Nord.

Concordiamo che “il crocefisso è un simbolo universale, non confessionale". Apprendiamo che il governo italiano ricorrerà contro la sentenza della Corte. Condividiamo quanto afferma Fini: "La laicità delle istituzioni è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana"; e apprezziamo Bersani per cui "il buonsenso ha finito per essere vittima del diritto. L'esposizione del Crocefisso non è offensiva per nessuno".

Ancora un nostro commento: al di là della discutibilissima sentenza della Corte Europea, piace costatare – in un caso eclatante la cui decisione non ci convince affatto - che un cittadino può trovare udienza anche se tutti i precedenti livelli di giudizio nel proprio Paese gli sono stati contrari (da U.I. - clicca qui).

domenica 8 febbraio 2009

Troppo importante per non discuterne tra di noi...(2)

"Grazie Napolitano, una nota di rispetto per Fini ed una domanda per Veltroni"

Ci scrive un nostro lettore...
Cara AltraTradate, questo é un argomento di politica nazionale e si potrebbe dire che non c'entri con Tradate: io però penso che c'entri moltissimo.
Oggi alle 17,30 apprendo da Radio Popolare le gesta del nostro presidente del consiglio: costernazione, angoscia ... rabbia!
Il capo di un governo messo alle corde dalla crisi economica, dalla irresponsabilità e vacuità dei suoi ministri e dalla nascente opposizione sociale sceglie (non gli sarà parso vero di potersi appigliare al volo ad un argomento così di presa sulle coscienze) di alzare la posta entrando come un rinoceronte in un giardino, un luogo dove dovrebbe regnare rispetto, silenzio, umanità e laicità, il tragico destino di Eluana Englaro.
Con le leggi già approvate ieri siamo di fronte ad un tentativo di golpe non più strisciante, ma urlato ad alta voce.

Grazie a Napolitano, una nota di rispetto per Fini ed una domanda a Veltroni: ma cosa aspetti ad indire una mobilitazione generale dell'opposizione democratica?
Farò mia la dichiarazione di un distinto signore capo della procura di Milano ai tempi di tangentopoli: RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE, ma penso che sia ora di fare qualcosa di più, occorre reagire vigorosamente, bisogna dire BASTA a questo signore ed alla accozzaglia dei suoi YES MEN che opprime il popolo italiano e lo umilia di fronte all'Europa ed al mondo.

ORA E SEMPRE RESISTENZA.
HASTA SIEMPRE!

Mauro Vanini

Troppo importante per non discuterne tra di noi...(1)

«Farla sopravvivere è andare contro natura»
Il filosofo cattolico: la Chiesa e il governo politicizzano una cosa metapolitica

Pubblichiamo l'articolo del Corriere che ci è stato suggerito; se volete impostiamo una discussione partendo proprio da questi presupposti.

MILANO — «Ma ancora non c'è nulla di deciso, vero?», chiede Giovanni Reale. «Il decreto del governo è un errore, si oppone all'idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell'uomo. E lo dico da cattolico». «Napolitano ha fatto il suo dovere di Presidente, ha richiamato l'attenzione sulla sostanza della Costituzione. Un uomo saggio. Almeno uno».«Sopravvivenza a prezzo di vita». Quando entra nel merito della vicenda di Eluana Englaro, cita il francese Jean Baudrillard. Da 17 anni, per Reale, Eluana Englaro sopravvive a prezzo della vita. «La tesi portata avanti da molti uomini della Chiesa, e ora anche del governo, è sbagliata e va corretta — dice il filosofo —. Nel caso di Eluana vedo un abuso da parte di una civiltà tecnologica totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi da volersi sostituire alla natura. Si è perduta la saggezza della giusta misura. La Chiesa, e il governo insieme a lei, sono vittime di questo paradigma culturale dominante». Racconta di sua madre. «Era all'ospedale con il cancro, i medici volevano riempirla di tubi. "Potremmo prolungarle la vita di qualche mese", dicevano. Io ero frastornato. È stata lei a decidere: lasciatemi morire a casa, nel mio letto. In quel periodo stavo traducendo il Fedone di Platone e anche lì, con parole diverse, ho ritrovato il senso di quel desiderio di mia madre. Quando Socrate deve bere la cicuta, qualcuno gli suggerisce: "C'è ancora qualche ora, attendi finché il sole non sia tramontato". Ma non ha senso aggrapparsi alla vita quando ormai non ce n'è più». Se mi trovassi nella condizione di non aver più speranze di guarigione, aggiunge Reale, «non avrei dubbi su cosa scegliere».

Anche la Chiesa condanna l'accanimento terapeutico. Ma un sondino per l'alimentazione è accanimento terapeutico? Su questo ci si divide. «La Chiesa dice molte cose sagge. Per esempio: si può rinunciare all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c'è stata proporzione e non c'è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?». Reale, da credente, rivendica la libertà di coscienza dei cattolici sul caso di Eluana. Di più: dice che la libertà di coscienza «è un preciso dovere morale» e si affida a un'altra citazione, questa volta un aforisma di Gomez Davila: «Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse». «Ecco — riprende — molte critiche che vengono dall'interno sono costruttive. Io critico il paradigma culturale che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura, e la fede con questo non ha nulla a che fare, la fede è al di sopra della cultura, il suo compito è fecondare la cultura stessa».

Se il diritto alla vita perde la precedenza su tutti gli altri valori, sa anche lei quale potrebbe essere il prossimo passo: parlare in termini meno ideologici di eutanasia. «Errore. Io non lascio aperto nessuno spiraglio all'eutanasia. Non dico: fammi morire. Ma: lasciami morire come ha stabilito la natura. Né io, né tu. La natura. Prendiamo il caso di Piergiorgio Welby, che ho seguito da vicino. Welby sostanzialmente non disse: staccate la spina. Ma: lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un'affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre. Il secondo aveva fede, il primo no. Per Welby era andare nella notte assoluta, per il Papa nella vita. Ma dal punto di vista umano è la stessa condivisibile richiesta». A complicare il caso di Eluana c'è la questione della ricostruzione della sua volontà presunta. «Chi più del padre e della madre ama quella ragazza? Mi sembra che nessuno più di loro abbia il diritto di dire che cosa avrebbe voluto fare la figlia, ora che lei non è più in grado di esprimersi».

Giovanni Reale in più occasioni, durante questa intervista, usa il «noi»: «Noi pensiamo che la vita di Eluana sia artificiale». «Secondo noi questo sistema che si è sostituito alla natura per un tempo così spaventosamente lungo è aberrante». Reale parla per sé, ma la sua non è una voce isolata. Attorno al diritto all'autodeterminazione e all'idea di libertà di coscienza dei cattolici si è costituito un gruppo di filosofi: da Vito Mancuso a Roberta De Monticelli, da Vittorio Possenti a, appunto, Giovanni Reale, le «intelligenze più acute del cattolicesimo italiano», come li ha definiti Luigi Manconi su L'Unità. Che succede ora: nella Chiesa si arriverà a una sintesi? «Gettiamo semi, non tocca a noi raccogliere frutti. Speriamo li diano. Ma l'errore che con Eluana stanno facendo religiosi e uomini di governo è di cadere nella politicizzazione di qualcosa che con la politica non c'entra niente, che è metapolitico».

lunedì 19 gennaio 2009

Fini e Islam: consensi bipartisan

Da www.corriere.it
NELLE MOSCHEE
PREDICAZIONE IN ITALIANO
La predicazione nelle moschee in Italia deve avvenire in italiano, per evitare il rischio di istigazione all'odio e alla violenza. Lo dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti: «È il principe ereditario Mohammed Bin Zayed ad essere fermamente convinto della necessità che in Italia, come negli altri Paesi, la predicazione del Corano sia fatta nella lingua del Paese che ospita i musulmani. Questo perché, come avviene qui negli Emirati, non ci sia alcun tipo di predicazione e istigazione all'odio, durante un momento che deve essere soltanto di tipo religioso». Per Fini si tratta di una «faccenda seria, che va tenuta presente soprattutto in Italia, vista la superficialità con cui qualche volta da noi si affrontano questioni così complesse».

La mia è un'opinione personale, ma su questo sono d'accordo con Fini. Accanto alla doverosa accoglienza e alla garanzia della libertà religiosa (sta scritto nella Costituzione), ci deve essere chiarezza sul rispetto delle regole e anche una garanzia affinche' la religione sia strumento di dialogo e confronto e non diventi invece strumento di odio.
Purtroppo abbiamo già troppi cattivi maestri che soffiano sul fuoco dell'intolleranza, dobbiamo invece fare tutti un passo avanti verso un'autentica convivenza civile. -
(Andrea Botta)

venerdì 16 gennaio 2009

Altra Tradate sta 'laicamente' con il card. Tettamanzi!

TETTAMANZI A VARESE
LA LEGA CONTESTA

da la Repubblica: "Un presidio in difesa dei valori e della tradizione cristiana", spiega il segretario cittadino del Carroccio, Fabio Binelli, che esprime "dissenso rispetto all’atteggiamento di succube accondiscendenza, quando non di attivo collaborazionismo, manifestato dal cardinale nei confronti dell’espansione islamica nella diocesi". Lui dentro al collegio religioso a parlare di "questione morale", a criticare il consumismo contrapponendolo alla solidarietà, ad invocare la "sobrietà di stile" di chi fa politica. I leghisti fuori, con gli striscioni "Tettamanzi vescovo di Kabul" e "Varese ambrosiana, mai musulmana". Non ha avuto una accoglienza calorosa l'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, arrivato a Varese per la prima tappa del suo giro di incontri con gli amministratori pubblici delle province della Diocesi ambrosiana. Ad aspettarlo, anche se tenuti a debita distanza dalla una folta presenza di forze dell'ordine, una trentina di militanti della Lega Nord.

"Un presidio in difesa dei valori e della tradizione cristiana", spiega il segretario cittadino del Carroccio, Fabio Binelli, che esprime "dissenso rispetto all'atteggiamento di succube accondiscendenza, quando non di attivo collaborazionismo, manifestato dal cardinale nei confronti dell'espansione islamica nella diocesi".

Dal suo discorso Tettamanzi ha volutamente lasciato fuori i temi caldi del dialogo con l'Islam, limitandosi a criticare "la solidarietà per categorie" che distingue "i poveri a seconda del colore della pelle e della provenienza". Il fulcro del discorso era altro: l'invito ai politici a praticare "una rinnovata sobrietà nelle parole, nell'esibizione di sé, nell'esercizio del potere e nello stile di vita", il biasimo è per l'abitudine al "cumulo delle cariche", per lo "spreco di parole", per "l'ostentazione di grandezza e ricchezza"

Avvenire, il quotidiano dei vescovi, definisce l'accaduto una "indecorosa gazzarra" sulla quale "varrebbe la pena di stendere un velo pietoso" in un boxino riconducibile alla direzione. "Ma non si può tacere - scrive Avvenire - che lo stesso padrone di casa, il sindaco Fontana, ha deciso di sponsorizzare (con appena qualche cautela preventiva) quella brutta iniziativa, venendo meno non solo a un basilare dovere di rappresentanza di tutta la sua città, ma anche alla più elementare cortesia istituzionale". Il quotidiano critica poi "gli inaccettabili slogan di certi uomini di partito che per sostenere la loro polemica con gli islamici non trovano di meglio che prendersela anche con il pastore della Chiesa ambrosiana".
(15 gennaio 2009) - (clicca qui se vuoi leggere anche i commenti a questo articolo di ZITA ZAZZI apparso su la Repubblica)

Il commento di AltraTradate
Nella foto: il cardinale durante la sua visita al Comune di Tradate, mentre firma il libro d'oro della città. Ovviamente ci sono 'Leghe differenti': Leghisti autentici (i duri e puri) e Leghisti falsi. Chi lo contesta e chi no. Quindi?

Vi ricordate quando - per far transitare la processione del Venerdì Santo, alla presenza del Cardinale Tettamanzi - il sindaco di Tradate  fece riasfaltare velocemente tutta via Cavour, perché erano ancora in corso i lavori del rifacimento della strada? Tutta questa riasfaltatura fu poi TOLTA e RASCHIATA VIA per posare, qualche settimana dopo, la rizzata e i marmi!
Ma vi ricordate o no?
Una riasfaltatura per UNA sera!
Migliaia di euro!
Qualcuno ha usato la CHIESA per i propri comodi, regalando campane e campanili, interventi di ristrutturazione di affreschi e altro; acquistando immobili della Parrocchia. Anche.
Perché? La Chiesa di Roma o di Milano devono essere contro le altre religioni per esserti amiche? Devono dichiarare guerra all'Islam?
Bravo Tettamanzi, noi siamo 'laicamente' con te!
E Candiani - sindaco di Tradate, ma soprattutto segretario provinciale della Lega - non interviene sui suoi associati Binelli e Fontana?
Ma allora questo ragazzo non è lineare... noi lo pensiamo da tempo.
E sì che ha stretto relazioni molteplici con questi ambienti.

sabato 6 dicembre 2008

Calderoli: se lo conosci, lo eviti!

IO STO CON DIONIGI!
… anche noi di AltraTradate


Riceviamo e pubblichiamo

Leggo le dichiarazioni del ministro Calderoli sul tradizionale discorso alla Città di Milano nella ricorrenza della festività di Sant'Ambrogio che S.E. il Cardinale Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi ha tenuto oggi. Ecco alcuni passi dell'Omelia (di grandissima ricchezza umana) del Cardinale Arcivescovo (testo integrale sul sito ufficiale della Diocesi www.chiesadimilano.it).

“Il dialogo non è uno tra i tanti atteggiamenti che l’uomo può assumere e vivere, ma è un tratto fondamentale, costitutivo, oso dire ontologico, della sua umanità. Il dialogo deve essere assunto come atteggiamento stabile nell’uomo: non sempre è dote innata, bensì - più spesso - è virtù che l’uomo sapiente sa ricercare e coltivare, anche a prezzo di fatica… Il dialogo autentico avviene proprio a partire da persone che conoscono se stesse. Non è una possibilità offerta solo alla donna e all’uomo di fede: anche chi non crede ha bisogno di riscoprire e prendere contatto con quei valori antropologici che hanno fondato e devono continuare a fondare la nostra civiltà: il desiderio del bene, del giusto, del bello, del vero… Per custodire, realizzare e promuovere questa interiorità autentica sono necessari tempo e spazi adeguati. I ritmi di vita sempre più accelerati che ci sono imposti, ostacolano la cura dell’interiorità e della dimensione spirituale, minando in radice la qualità del dialogo. Possiamo aiutarci, per quanto di nostra competenza, governando i tempi del lavoro, del commercio, della cultura, dei servizi, anche del divertimento, per rendere più umana, più a misura d’uomo, la vita quotidiana? In tante zone della Città, inoltre, mancano anche gli spazi fisici e le occasioni concrete per fermarsi a riflettere e a pregare. Abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della Città. Ne hanno un bisogno ancora più urgente le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam. Abbiamo bisogno anche di iniziative culturali che favoriscano la riflessione, non di provocazioni che suscitano esclusivamente dibattiti sterili e scalpore ma che non accrescono l’interiorità.”

Ecco le dichiarazioni di Calderoli (fonte www.repubblica.it)

"In un momento in cui la Chiesa di Roma è tornata alla sua missione di guida spirituale e di salvaguardia delle tradizioni, abbandonando il piccolo cortile degli intrighi della politica italiana, spiace vedere che il cardinale Tettamanzi si pone come uno degli ultimi baluardi del cattocomunismo". L'attacco arriva dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, commentando le parole dell'arcivescovo di Milano sul bisogno di "luoghi di preghiera" nei quartieri per chi appartiene a religioni diverse da quella cristiana, in particolare all'Islam. "E la cosa - aggiunge Calderoli - è ancora più sorprendente e triste perchè un comunismo sconfitto dalla storia ritrova certi schemi di pensiero e certe tramontate bandiere ideologiche come il cattocomunismo proprio tra uomini di Chiesa". 


Ci ricordiamo l'On. Pivetti, ex presidente della Camera dei Deputati, ora donna di spettacolo quando organizzava i banchetti per raccogliere le firme per allontanare S.E. Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini.
Evidentemente la storia si ripete e si ripete male, anzi malissimo. 
Mi auguro che questa volta la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) intervenga, che non si senta paga di contributi economici e basta, ma difenda il Suo Cardinale. Così come mi auguro che i Sacerdoti di Tradate si espongano per dire come la pensano. 
Non ho bisogno di una loro dichiarazione per sapere da che parte stare: “Io sto con Dionigi!”, perchè ciò che dice mi corrisponde dentro. Della Lega e delle sue dichiarazioni non me ne importa nulla, ma vorrei sapere loro come la pensano!
(Mauro Prestinoni)

lunedì 30 giugno 2008

UN CRISTIANO PREOCCUPATO

Leggiamo su VareseNews una lettera che proponiamo anche qui. E' firmata da "un preoccupato cristiano tradatese". A nostro parere merita attenzione.

"Ho letto il comunicato dei preti della Parrocchia di Tradate sul caso di pedofilia scoperto in città! Tutto ora è tranquillo e chiarito. La parrocchia non c'entra, l'oratorio neppure. I propri recinti personali sono salvi, ai genitori la solidarietà. L'interessato collabora!
Da gente che predica il Vangelo e dovrebbe avere come obiettivo principale il compito di educare mi aspettavo molto, molto di più.
Se siamo veramente persone e siamo cristiani questa vicenda dovrebbe tenerci svegli anche la notte non per paura ma per riflessione:
1) Come adulti e, per chi è credente, come cristiani: stiamo facendo tutto per i nostri ragazzi? Intendo dire: li sappiamo ascoltare? Li sappiamo sostenere? Diamo un nostro esempio di vita concreta, appassionata, creativa, ricca o... trasmettiamo loro stereotipi brutalmente e bruttamente copiati dalla televisione? Siamo insomma adulti formati e in formazione? Ci educhiamo come adulti? A me pare che la prima grave emergenza sia proprio quella dell'educazione degli adulti. Sono convinto che la maggior parte dei genitori e degli adulti sia conscio di questo e ce la metta tutta nell'educare i figli, come può e come ne è capace. Sono convinto che i genitori di quello che io mi limito a chiamare “il giovane” (perchè “l'interessato” mi sembra un termine disumano anche per una persona che potrebbe avere così gravemente sbagliato) abbiano fatto tutto il possibile, ne sono certo perchè li conosco personalmente. E' proprio perchè tutto questo impegno non basta che dobbiamo riflettere! Come cristiani stiamo facendo tutto?
2) La seconda emergenza educativa è quella dei ragazzi. Ma è proprio la seconda in ordine cronologico. Prioritaria è quella degli adulti! Ma e qui dobbiamo chiederci, come cristiani, se stiamo facendo tutto. O ci limitiamo ad essere contenti di oratori feriali pieni, di catechismi fino alla Cresima e di qualche pseudo micro comunità giovanile dove pochi eletti conformati alla volonta' del prete di turno possono accedere? Quali percorsi formativi differenziati offre la Chiesa perchè ogni persona possa crescere per ciò che è realmente nel positivo di sé (nei doni dello Spirito) ? Quale spunto diamo perchè ciascuno abbia il proprio cammino di redenzione?
Questo vuole essere un mio contributo perchè non si faccia finta di niente, perchè ci si occupi, a livello di Chiesa, un po' di più delle persone, delle situazioni e un po' meno di contributi, 8 per mille, inaugurazioni e restauri, case parrocchiali e loro arredi, parcheggi e affini. Ai genitori esprimo la mia vicinanza umana, alle famiglie dei minori coinvolti la mia preoccupazione perchè i figli non ne riportino conseguenze, al giovane l'augurio di poter pagare, se riconosciuto colpevole, il proprio debito e di trovare persone che lo aiutino a liberarsi dalle sofferenze che l'hanno portato a sbagliare per ritornare a crescere come uomo".