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martedì 4 gennaio 2011

La Coop si trasferisce? La non politica dei centri commerciali a Tradate! Viva la Lega!

SE NESSUNO SMENTISCE,
LA NOTIZIA E' ALMENO VEROSIMILE...

Ma è vero quanto si sussurra oramai in modo quasi esplicito che la Coop si trasferità presso il centro commerciale della Fornace? Come mai?

La Coop si era recentemente ampliata e aveva variato anche le proprie volumetrie presso lo storico Centro Commerciale esistente da circa 20 anni in Tradate. A che cosa serviva una richiesta di ampliamento, fatta in fretta e furia, quando si sapeva che a 100 metri, al di là della via Monte San Michele doveva sorgere un maxi centro commerciale?

E’ così che si programmano gli interventi urbanistici in Tradate? E come mai alla Coop sono stati applicati oneri di costruzione quasi doppi rispetto a quelli applicati alla maxi speculazione del centro Commerciale Fornace?

Queste domande ci vengono molto spontanee ora che vediamo che la Nuova Coop sta lodevolmente sponsorizzando alcune iniziative dell’amministrazione comunale di Tradate. Ci torna alla mente una celeberrima frase latina: «Timeo Danaos et dona ferentes». Sono le parole pronunciate da Laocoonte ai Troiani per convincerli a non fare entrare il famoso cavallo di Troia nella città. La traduzione più diffusa è «Temo i Danai (i Greci) anche quando portano doni». Qui il cavallo di Troia, che ha fatto saltare l’economia tradatese, è stata la fornace. Ne siete convinti amministratori comunali della Lega e di Forza Italia? E soprattutto chi è il vero «simulatore»?

lunedì 27 dicembre 2010

«Regulae juris», un libro da leggere


VOSTRO ONORE!

Un arguto libro di Giuseppe Carignola, avvocato cassazionista di Tradate. Assolutamente da leggere.
«Giuseppe Carignola presenta, con una prosa semplice ed elegante, la realtà del diritto, quella che quotidianamente si vive nelle aule giudiziarie e che dà vita ai precetti solennemente sanciti negli articoli del codice penale e di procedura penale» (dalla introduzione del dottor Saverio Bagnato, magistrato e già presidente IV sezione penale Corte di Appello di Milano).

giovedì 8 luglio 2010

Fini vs Berlusconi

Berlusconi-Fini, lo scontro.
PdL, «cavallo scosso»?

Così ho titolato titolo uno dei capitoli del mio ultimo libro sul «Cavaliere Azzurro» (in uscita in questi giorni).

Ho letto con molto interesse (come sempre del resto) la opinione di Benedetto Ippolito «Fini, Berlusconi e la crisi oramai imminente». Questa volta, però, non la condivido in toto, come più e più volte mi è capitato. E appunto per questo intendo qui aggiungere (non «controbattere») altre riflessioni personali.
Spesso si è parlato della contrapposizione tra un «partito del Parlamento» rappresentato dal presidente della Camera dei deputati e un partito del governo, guidato dal presidente Berlusconi. A Gianfranco Fini meglio riesce il ruolo di capo del partito e al Cav. quello di capo del Governo. Secondo Giancarlo Loquenzi «Fini ha riempito il campo della politica che si è aperto con la nascita del nuovo partito. Berlusconi ha lasciato quel campo libero, preferendo da un lato fissare il suo lascito nella storia italiana degli ultimi 15 anni, la sua legacy, dall’altro dare voce ai fatti, ai numeri, alle evidenze e agli impegni del governare. Si tratta di una contrapposizione diversa da quella prevista, se volete più profonda e più vera, ma interna alla stessa dinamica e perciò meno lacerante».
O almeno, appariva meno lacerante, allora, durante il primo (e finora unico) congresso del PdL.

Da allora, però, gli eventi si sono complicati e alcune situazioni sono precipitate. Quando un filo rimane per troppo tempo teso e i rappporti sono pieni di reciproche diffidenze, allora non c’è più scampo. Si può tifare per Fini o per Berlusconi. Liberamente. La situazione però si è messa male per il presidente della Camera: i suoi uomini gli sono stati quasi totalmente «sfilati» uno ad uno. Questa è un’arte in cui il Cav. è veramente maestro: sa «blandire» in «ogni» modo (con «ogni» mezzo) le persone che gli servono.
In politica, poi, e con la attuale legge elettorale (quel famoso porcellum, che soprattutto ora Umberto Bossi ribadisce come intoccabile e non riformabile), chi si allontana dal capo, non ha prospettive per la riconferma negli organi elettivi della Repubblica.
Pertanto Fini – che questi poteri di cooptazione ha sì, ma ridotti al lumicino – deve di nuovo cercare il consenso tra gli elettori, deve ottenerne i voti, e deve ricominciare a tessere la tela perché il suo precedente soggetto politico, Alleanza Nazionale, non esiste più. Fini dovrà creare un nuovo partito? Chi starà con lui? E poi e soprattutto: chi si schiererà con lui? Vedremo.

«In realtà Fini è sempre stato solo, anche quando An era solo An, perché ha sempre mantenuto una posizione più moderna rispetto allo zoccolo duro del suo partito», è la visione di Fabio Torriero direttore del mensile La Destra! «In questo momento l’interesse di Fini è portare la destra all’interno delle istituzioni, e si spiega in questa direzione l’asse con Napolitano. Diversa la strategia dei suoi colonnelli il cui compito è di portare An dentro il PdL».

Tot capita, tot sententiae. Infatti.

Un conto però sono le dichiarazioni e i «distinguo»; altra cosa è la lite, il duello. Chi avrebbe mai pensato allo showdown dello scorso 22 aprile?
Non è che il nostro «Cavaliere azzurro» sia stato definitivamente disarcionato? O almeno il suo cavallo «scosso» (il PdL) continuerà la corsa per lui?
In rapidissima successione si è giunti alla conta finale, allo scontro per il chiarimento. Animalescamente la politica ha tirato fuori le proprie caratteristiche: vince chi «marca meglio» il proprio territorio e chi «lo sa difendere».
È stato un duello all’arma bianca, con una platea quasi unanime dalla parte di Berlusconi e una parte minoritaria, invece, dalla parte di Fini.
Gli applausi erano solo partigiani e da tifoseria. Chi era con il Cav. applaudiva lui e solo lui, qualunque cosa argomentasse. Chi era con Fini, applaudiva solo Fini, qualunque cosa argomentasse. Al di là dei contenuti.

Un vero «derby». Si è assistito a un dibattito con esito scontato, senza il confronto aperto ad altri contributi o ad altre idee. O sei di qua, o sei di là.

Si doveva arrivare allo scontro tra due modi di intendere e di vivere la vita politica in un partito: tra chi ritiene di esserne il dominus, il «padre padrone», e chi ci è stato «tirato dentro per i capelli» (mal consigliato dalla propria corte dei miracoli) e che ora vuole (tardivamente?) reagire a una situazione insostenibile e imbarazzante. Oramai gli attacchi concentrici su Fini da parte delle corazzate mediatiche in qualche modo collegate al premier, non erano più tollerabili. E Fini è andato diretto allo scontro. Lo hanno cercato tutte e due i contendenti. Chi ha vinto?
Anche qui dipende da che parte ti poni: i «berluscones» sono convinti che l’enfant prodige del Movimento Sociale Italiano, poi AN, sia arrivato al capolinea. Ma la politica è ben più sottile e difficile: la crepa all’interno del PdL c’è, si è aperta. Non potrà assolutamente richiudersi; caso mai potrà solo ampliarsi.
«Il dado è tratto». Fini deve convincersi i suoi comportamenti sono pericolosissimi, quasi temerari per chi li attiva e pertanto deve essere pronto a pagarne il conto. Qualunque esso sia! Neppure il prestigio della sua carica istituzionale può assicurargli un trattamento politico «blindato» o di «riguardo». Non può – sotto il profilo politico – ottenere un salvacondotto in quanto presidente della Camera.

«Chi rompe paga e i cocci sono suoi». È fondamentale questo concetto, sempre e ovunque. Non è un proverbio, ma una legge dei rapporti tra le persone e i gruppi.
Fini può dissentire. Anzi, fa bene a dissentire. Fa bene a porre la questione della democrazia reale nel partito di cui è co-fondatore (un errore esserlo stato in quel modo «predellinesco»); fa bene ad evidenziare che lui non tollera la subalternità del PdL alla Lega di Bossi; fa bene a rinfacciare a Berlusconi che la Lega – partito alleato – ti scava la fossa per prenderti il consenso e i voti; fa bene a ricordare le questioni della cittadinanza, le questioni razziali, le questioni morali, le questioni sulla giustizia, le questioni di un governo che governi e sappia chiedere il consenso anche ai parlamentari e ai partiti che lo sostengono. Che è ora di iniziare la strada delle riforme «con larga partecipazione, larghe intese».
Fini fa bene. Ma non potrà chiedere per se stesso un trattamento speciale: esiste la «legge del branco» che ora non ti accetta più, che ora ti mette fuori. Se vorrai mantenere la carica che ricopri, dovrai «ri-contrattarla» di nuovo in condizioni totalmente diverse.
Insomma Fini ha sdoganato se stesso, questa volta da solo, e nessuno potrà in futuro gridargli ancora «fascista».
Difficile concludere la querelle.

Appare sempre più probabile che la Lega potrebbe anche sopravvivere a Bossi per il suo radicamento e il suo controllo del territorio «manu militari», mentre il PdL senza Berlusconi si rimescolerà, si rigirerà, si scompatterà, imploderà. Chiuderà i battenti. Troppe le persone cooptate, nominate; pochi invece gli eletti per meriti precedentemente acquisiti sul campo. Ha ragione Berlusconi quando ha invitato i propri parlamentari a lavorare di più e a «girare di più tra la gente, anche durante il weekend, come egregiamente fanno i deputati della Lega».
Il fatto che nel centrodestra abbia vinto la Lega è stata la scintilla che ha acceso la benzina nel PdL.
Il nostro Paese ha sofferto nella Prima Repubblica perché c’era troppa «politica politicante»; ora si è trovato a non averne più.
Mentre ce n’è bisogno ancora, per uscire dal qualunquismo che genera il gossip, la disinformazione e l’ignavia. Il Paese deve crescere «ragionando» perché sa guardare in faccia alle sfide del futuro. Il Paese ha bisogno di aiuti strutturali, non di proclami per ottenere consenso.

E Berlusconi se vuole, lo sa fare. Esca dalla prospettiva per cui lui deve pensare a tutto. Può anche farsi da parte, per un disegno superiore. No?

Gianluigi Margutti

venerdì 25 giugno 2010

Fratelli d'Italia...

L'ITALIA S'E' DESTA

La lettura dei giornali, per chi ancora ha il coraggio di farla, è veramente caratterizzata da uno scandalo continuo. Nella mia curiosità di storico, sono andato a consultare le rassegne stampa di vent’anni fa e mi sono accorto, senza rammarico, che in parte è sempre stato così. Vale a dire, che il puntare sul marcio è un obiettivo consueto dei media. Il male, infatti, fa parlare e vendere, mentre il bene annoia perché è normaleSe, però, si oltrepassa l’apparenza, si può notare la vera grande differenza tra ieri e oggi, una distanza molto preoccupante. Nel nostro tempo non è certo la cronaca nera ad occupare le prime pagine dei giornali e neanche il gossip scandalistico. E’ il vertice della società, è il cuore delle diverse istituzioni, civili e religiose, che viene continuamente travolto dall’onda di piena della melma corruttrice.
Per capire questa neanche tanto sottile diversità, è sufficiente fare una considerazione elementare. Se nel gioco dei poteri economici, politici ed editoriali, la parte meno forte della società diviene preda di campagne giornalistiche feroci, allora evidentemente ci muoviamo nella normalità. Se un singolo politico o un singolo imprenditore è macchiato di infamia, allora siamo nella normalità.

Ma da noi ultimamente non sta avvenendo questo. Veramente, non stiamo vivendo neanche un’ondata moralizzatrice della magistratura, come fu, perlomeno all’inizio, Mani pulite. No.
Il nostro Paese sta attraversando una fase di decadenza e di crisi indifferenziata senza precedenti, perché sia le istituzioni politiche, sia i poteri economici e sia le lobbie editoriali e religiose sono complessivamente e sistematicamente oggetto di una continua delegittimazione.
Il problema, in altri termini, non sono i media, con la loro frenetica bramosia di scoop, ma è la società nel suo insieme, specialmente nei suoi vertici, che vive un processo di deterioramento morale e civile tale da rendere ogni persona, ad ogni livello, ricattabile e iscrivibile al casellario giudiziario.
Certo, in una generale decadenza del sistema, anche i media non sono da meno. Ma lo scontro non è più tra il bene e il male, ma solo tra diverse forme di male in conflitto tra di loro. Non abbiamo una società sana che morbosamente s’interessa di qualche fattaccio. Ma una società malata che si accusa reciprocamente, essendo complessivamente ricattabile. Di qui lo strapotere della Magistratura, la quale, pur non essendo molto diversa dal resto, detiene il potere d’incriminare e di dare immunità. E quando avviene questo, senza rassegnarsi al pessimismo e neanche abbandonarsi allo sconforto, bisogna prenderne atto e lavorare per curare l’organismo fortemente debilitato e demoralizzato.

Anche perché, a ben vedere, quale che sia il settore o l’ambito professionale che si prenda in considerazione, si constata la medesima anomalia e la stessa patologia. Si tratta di un problema culturale a senso unico, legato cioè al modo in cui nel costume di tutti si esprimono le diverse priorità individuali dei valori.

Il vero problema culturale della società odierna è, insomma, l’etica professionale. Con tale espressione io non intendo la massimalista applicazione teorica di un codice formale eguale per tutti e uniforme ovunque, ma esattamente il contrario. E’ quanto mai essenziale cioè che la vera e propria riforma culturale riparta dalla riscoperta del senso e del valore concreto del proprio lavoro individuale per renderci autenticamente persone valide e responsabili.

Nessuno può realisticamente pensare che sia possibile fare il magistrato, fare il giornalista o fare il politico senza ambizioni, senza voglia di affermarsi e senza congrui guadagni. La vera posta in gioco è un’altra. Riguarda le motivazioni ultime per cui si svolge una certa attività professionale, ossia i motivi autentici per cui si decide di occupare buona parte delle proprie risorse umane, delle proprie giornate e in definitiva della propria vita a quella specifica attività.

Il vero nodo culturale non è costituito, infatti, dalla corruzione o dall’illegalità, ma dal tipo di atteggiamento che ogni operatore mette nei rispetti della propria professione, elevata o modesta che sia. Perciò si è autorizzati a sperare in una vera rinascita nazionale, partendo unicamente da questa ripresa profonda del senso che definisce il rapporto tra la persona e il suo lavoro, un legame costituito dalla missione che orienta indistruttibilmente la nostra vita e la nostra libertà.
L’Italia, insomma, ha bisogno di una grande risurrezione culturale, di un vero e proprio risvegliarsi di quelle energie spirituali che non possono fare a meno del lavoro, ma che non sono prodotte soltanto dal lavoro che si fa, benché si esprimano attraverso il proprio impegno professionale.
Nell’agire il fine, infatti, è sempre qualcosa di superiore ai principi. E’ un valore aggiunto che è immesso nel lavoro dalla persona. E in questo caso dovrebbe essere proprio il riqualificarsi delle istituzioni attraverso l’operato virtuoso dei singoli professionisti a dare forza etica alla nostra cultura. Il cammino non è impossibile, ma è ancora lungo, dato che non siamo neanche all’inizio della marcia.

Da questo punto di vista, benché l’Inno nazionale contenga l’esortazione chiara addirittura con un’eccessiva enfasi retorica, bisogna riconoscere che l’Italia non s’è ancora desta per niente.

Benedetto Ippolito

mercoledì 16 giugno 2010

Italiano, brava gente... Padano, ma chi sei?

SIAMO VERAMENTE
MOLTO INDIGNATI

Leggiamo e pubblichiamo

«La Lega è un partito eversivo, illegale e incostituzionale. Terribilmente pericoloso». Condividiamo totalmente chi ha dichiarato così. Noi non ci rivolgiamo contro al popolo leghista (che è un popolo generalmente per bene, come il popolo di altri partiti italiani) ma contro la classe dirigente della Lega che è contraria a quello che giornalmente «arraffa».

Spieghiamoci: sputa sul piatto in cui mangia, da quasi dieci anni!
La Lega è contro Roma Ladrona. La Lega è contro l’Italia. La Lega è contro l’inno di Mameli. La Lega è contro l’eroe Garibaldi. La Lega è contro le Province.
Peccato però, che nel nostro Paese, ci si indigni solo ora, perchè un raro «buzzurro» padano (europarlamentare della Lega, uno di quelli che incassano migliaia e migliaia di euro) ha «tifato contro» la nostra nazionale di calcio. Male.

Ma era male, anche quando costui e i suoi sparavano sciocchezze a raffica sul debito pubblico, sulla sicurezza, sulla immigrazione. L’ignoranza è il peggior nemico della umanità. Alcuni di loro pare ce l’abbiano inculcata, quindi sono pericolosissimi!

Inoltre ricoprono spudoratamente ogni incarico retribuito a tutti i livelli di governo e di sottogoverno. La Lega, come metodo di potere, prospera nei comuni e distribuisce incarichi e consulenze a piene mani, anche a persosaggi non titolati. Non fateci parlare oltre: basterebbe valutare quanto è capitato – con la connivenza e il silenzio dei propri alleati di Giunta – in Provincia di Varese (la patria dei leghisti) e in molti altri comuni del varesotto.

Che dire poi del presidente del Veneto (quello che impone all’inno nazionale di Mameli, il «Va pensiero») che ha disastrato - quando era ministro per le politiche agricole - gli agricoltori italiani, trattando le «quote latte» in una maniera assurda? Ora per merito della Lega arriva in Italia il latte in polvere che proviene da altri paesi UE e i nostri allevatori, che lavorano come pazzi, sono strozzati dalle multinazionali che li strangolano sui prezzi del latte e pertanto dovranno chiudere.
E che cosa si produce con quel latte importato? Il formaggio! «Ma va là», ex Ministro Zaia. Ma per chi stai giocando?
«L'Italia è il paese in cui Radio Padania che tifa contro gli azzurri fa più notizia di Radio Padania che inveisce contro i meridionali, i trans, i rom, i marocchini, gli immigrati».
Ve ne raccontiamo un’altra, letta su un blog, uno dei tanti, uniche voci che nel nostro paese riescono ancora ad esprimersi senza condizionamenti. «Nel regolamento di Miss Padania c'è lo spassoso articolo 5 che impone alle partecipanti i seguenti requisiti:
 avere la cittadinanza italiana ed essere residenti da almeno dieci anni consecutivi in Padania (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Trentino A.A, Friuli V.G., Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Toscana)». 

Ma quanto è vasta questa «Padania»? Allarga, allarga finirà per estendersi dalle Alpi alla Sicilia. E' evidente anche in queste «piccole cose» che nemmeno i padani sanno cosa sia la Padania. Un giorno scopriremo che è una «balla» per prendere voti! Come una balla è il federalismo «alla leghista» e la semplificazione e la sicurezza.
Tutti argomenti cavalcati e mai affrontati in modo efficace ed efficiente, furbizie che è giunto il tempo di smascherare.
E ancora (un'altra voce libera della rete): «Dobbiamo smetterla di sopportare in pubblico manifestazioni di disprezzo dell'idea di Italia. 
Non sono un nazionalista, ma meno ancora un leghista! Mi rode il fegato vedere beffeggiato il tricolore per il quale hanno sofferto pene atroci fino alla morte milioni di italiani. 
E' ora di sbugiardare con fermezza affermazioni razziali che oramai non attizzano l'attenzione neppure dal barbiere».
Allora non siamo soli: occorre aiutare a togliere la cappa del perbenismo e del celodurismo intellettuale, per far emergere queste gravissime contraddizioni.
La Lega divide. Vuole dividere. E continua a farlo e a proclamarlo. 

Noi siamo per unire il Paese, il Nord, il Centro e il Sud. L’unione fa la forza.

La Lega disgrega. «Nel governo ci sono i ministri leghisti che hanno giurato su una carta che non condividono e che anzi, combattono». Ipocrisia e assenza di chiarezza. «Il tentativo che è in atto è quello di una colonizazzione nazionale. Il governo che sopravvive grazie alla Lega non può fare altro che essere compiacente».

Infine preoccupa ancora di più il tentativo del ministro La Russa di calmare le acque. Una legge che chiarisca una volta per tutte quando usare e come usare l'inno nazionale di Mameli.
Perché serve una legge per regolamentare e difendere qualcosa che dovrebbe essere naturalmente esibito in occasioni istituzionali e ufficiali? Un simbolo così importante per la nazione è necessario imporlo o garantirlo con una legge? Corriamo questi rischi? Non possiamo permetterlo: è davvero in gioco l'Italia.

lunedì 14 giugno 2010

Siamo molto attenti...


SAREMO PRESENTI
IN UN ALTRO MODO, CASO MAI...

La strada cambia, ma l'obiettivo di fare una Tradate migliore rimane! Stiamo leggendo i vostri commenti!

venerdì 4 giugno 2010

Un blog che vuole «sperimentare» nuove strade

FERMARSI UN PO’? CAMBIARE ROTTA?
Sono le domande che da un po’ di tempo ci stiamo scambiando all’interno del gruppetto che si interessa di «Altra Tradate». Gli impegni di ognuno di noi aumentano per il lavoro; qualcuno ha messo su famiglia; non possiamo lasciare tutto il peso a uno piuttosto che ad un altro.

A noi interessa che con il blog aumenti la capacità di comprendere quello che accade e di scegliere - con i lettori - la migliore soluzione per la collettività.

Gli accessi a queste pagine continuano ad essere molto forti, ma a noi interessa INTERAGIRE!

Non ricaviamo alcun profitto commerciale dalla notorietà del blog.
Anzi, il maggior numero di accessi ci ha posto una serie di problemi organizzativi pesanti.

Ultimamente dobbiamo addirittura respingere decine e decine di comunicati stampa, di notizie su eventi, perchè in troppi ci scambiano per una testata on line. Non lo siamo e non lo abbiamo mai voluto essere, anche se tra di noi c’è più di un giornalista, di quelli veramente iscritti all’albo professionale (!!!).

Ma il tempo è tiranno. Gli interessi dei singoli si spostano e mutano.

Che cosa fare?

Piuttosto che andare avanti «stiracchiati» facendo un collage di pezzi vari, preferiamo «ripensare» la nostra strada. Stiamo valutando quale.

Nel frattempo la rete è libera e c'è spazio per tutti. Quindi AVANTI!

L'idea per un blog a Tradate, ve lo garantiamo, può funzionare: questo ha funzionato molto bene.

Abbiamo rotto tanto le balle e siamo felici!

Piuttosto che finire dimenticati, sospendiamo oggi, "all'apice del successo", mentre molte, moltissime delle nostre previsioni sul malgoverno della città si sono già avverate o stanno per avverarsi.
Tra poco (lo vedrete) non ci sarà più nulla di cui parlare: è quasi certo!

Sia chiaro: non abbandoniamo la nave, ma stiamo cambiando rotta.

E se qualcuno «ci rompesse» anche in tale nostro momento di ripensamento, molto velocemente torneremo sulle nostre orme e «meneremo fendenti» con la penna, non con la clava.

A rileggervi!

martedì 1 giugno 2010

La crisi: pensieri ad alta voce. Vogliamo ragionare?

UN NORMALE CORAGGIO

La crisi economica e finanziaria che i governi di tutto il ricco mondo occidentale non hanno saputo o voluto prevedere, somiglia stranamente a quella ecologica che sta distruggendo l'ambiente sulle coste americane del sud.
Si sono create le cause con le sciagurate trivellazioni del fondo marino, condite dall'ingordigia senza cautele dei petrolieri, in questo caso della BP.
Il petrolio come la grande crisi economica, invade e contagia, non lo si può fermare, si fanno tentativi complessi quanto inefficaci, con immense risorse concentrate per sanare i danni e che -usate prima- avrebbero evitato il disastro e creato benessere.
Chi paga pesantemente sono i deboli: dai poveri pesci ai poveri pescatori.

Come nella crisi economica i cittadini più poveri, i redditi più bassi, i consumatori sempre più vittime di altre categorie più potenti all'interno di questo Stato sempre meno attento al sociale.

Tutto ciò non è certo prerogativa italiana. Ma è solo qui che si svolge questo spettacolo, nella patria del teatro lirico, della commedia, del teatro comico e dei burattini. Meglio che altrove da noi vive il teatrino della politica, oggi rappresentato dagli attori che tanto fortemente lo avevano contestato.

Nella vicina Francia si è dato avvio velocemente ai provvedimenti anticongiunturali, in Germania la signora Merckel, ha fatto ancora di più ed ha interdetto -unilateralmente ed efficacemente- le speculazioni finanziarie a riporto. Perfino la Spagna di Zapatero, che di responsabilità ne ha parecchie, ha usato la linea forte, senza contare la Grecia costretta a farlo.

In Italia si sta a discutere se conti di più, nel gioco della politica, Berlusconi o Tremonti, su chi - dopo la grande crisi - sopravvivrà nel potere. Ma ancora non si sa con certezza dove intervenire, come farlo senza indispettire i più, se colpire o no i più ricchi e potenti, se toccare anche gli stipendi dei magistrati che già urlano alla lesa libertà di fare il loro lavoro!
Il teatrino della politica passa però pericolosamente dalla farsa al dramma.

Certo, non ci troviamo in situazioni di "lacrime e sangue", come disse Churchill agli inglesi in ben altra congiuntura, ma un po' di lacrime ci saranno: magari solo per quelli che a piangere sono più abituati.

Eppure, questa potrebbe essere una grande occasione favorevole per il Paese ed anche per il governo, preziosa per dare una svolta alla politica al suo modo di essere; alla burocrazia ed al suo grande potere interdittivo; ai poteri istituzionali ed alla loro capacità non frenabile di spesa, di creazione di società ed enti, di Consigli di Amministrazione, di prebende, consulenze, incarichi vari; al costume italiano di camuffare con l’alibi della cultura, della promozione, del turismo, dell'arte, l'esistenza di enti pletorici, burocratici, quasi sempre improduttivi, finanziati dalla grande cassa di uno Stato indebitato. E si potrebbe continuare assai a lungo.

Per fare questo salto ci vuole un esempio forte e una dimostrazione di unità politica, di governanti impegnati sui problemi più urgenti per tutti e non sulle intercettazioni, utili entrambi, di potenti o di delinquenti.
Alcuni gesti forti sono essenziali ed emblematici per cambiare il clima ed il giudizio popolare: la tassazione delle rendite finanziarie, il divieto, stile Merckel, dei giochi di borsa allo scoperto, la responsabilizzazione effettiva di banche e banchieri.
Per lo Stato la fine di certe esenzioni fiscali clientelari e assai costose, l'abolizione delle province, tutte, quelle destinate a trasformarsi in città metropolitane (le più grandi) e tutte le altre. Avendo il coraggio di superare i veti di Bossi e le resistenze delle “categorie” interessate, e spostando il personale dove più serve, senza sacche “sindacali” di impunità.
Serve un normale coraggio politico per fare cose fondamentali per un ritorno al Paese reale, ad uno Stato fortemente dimagrito, comprese le regioni ed i grandi enti locali.
Sappiamo bene che la democrazia è anche un grande voto di scambio. Ma un governo serio, con davanti tre anni senza elezioni, può permettersi questo coraggio che potrebbe dargli frutti positivi, se fatto con decisione.

Nelle prime manifestazioni di Forza Italia, si era divulgato lo slogan usato dagli USA nel drammatico tentativo di salvare la Somalia “Restore hope”, ritrova la speranza. In Somalia finì come sappiamo. In Italia lo stiamo constatando dopo una “campagna” molto più lunga di quella somala, ma pur essa inutile.

Non è dunque la speranza, ormai persa dagli italiani rimasti senza fiducia e senza alternative, che Berlusconi deve far ritrovare, ma salvare il Paese dalla disperazione che significa appunto “mancanza assoluta di speranza…” perché con la disperazione può avvenire di tutto: anche che si rovesciano i dati dei sondaggi, cosa assai cara al nostro Presidente. Ma non solo quelli!



giovedì 27 maggio 2010

Santoro: una opinione chiara e distaccata!

LA LIBERTA' DI SANTORO

Il caso Santoro esplode su tutta la stampa e non è la prima volta. Il grande guitto è grande in tutto: nella gestione dei suoi programmi, nell'invettiva moralistica, nella denuncia spesso vera ma parziale di abusi e irregolarità, nell'essere potente a farsi commiserare, ricco e impietosire, anti politico e parlamentare, in sostanza un grande comunicatore, per la verità opposto e assai simile al Berlusconi che detesta. Il comizio solitario e senza obiettori, fatto usando il suo programma Rai, in difesa di una limitata libertà presunta e di una mega liquidazione milionaria certa, dava l'impressione che il padrone fosse lui, attore magnifico, proprietario non solo dello schermo ma anche di un pezzo di Rai.

Santoro, personaggio certamente da non sottovalutare, professionista da tutti considerato esperto e capace, ottimo commerciale di sé stesso, come dimostrano gli sponsors delle sue trasmissioni, ha posto però, forse non del tutto volontariamente ma certo in modo plastico ed incisivo, il tema della libertà del giornalista rispetto al proprio editore. In apparente difesa dell’utente consumatore delle notizie.

Questo il tema vero, che supera per importanza e valore politico tutti gli altri problemi sollevati. A cominciare da quello che più ha impressionato l’ingenuo e poco informato telespettatore, che ignora gli stipendi dei comunicatori professionali, critici degli stipendi di tutti gli altri professionisti di qualunque categoria.

Ciò che ha scandalizzato la gente, soprattutto di sinistra, sulla transazione da 10 milioni di euro (20 miliardi delle vecchie povere lire), non è soltanto la somma in sé. Se questa transazione l'avesse fatta Vittorio Feltri tutti l'avrebbero considerata assai esosa ma normale e conforme al personaggio.

Ma non da Santoro, il fustigatore dei costumi, il vate della protesta dei poveri e dei deboli, il critico di Vespa e degli altri colleghi (suoi) non di sinistra, il divulgatore della battaglia militante, continua e spesso motivata di Travaglio e di Grillo, l'ex parlamentare europeo in verità rimasto silenzioso nel suo mandato, in poche parole il piccolo Robespierre della sempre mancata rivoluzione italiana.

Si tratta dunque del rapporto tra il giornalista e il suo editore, che può essere privato e, solo nel caso della RAI, pubblico.
Molti sono i codici deontologici del giornalista, per settore, per giornale, più generali legati all'Ordine dei giornalisti e appare chiaro come dovrebbe essere, teoricamente, il rapporto fra giornalista e realtà esterne.

Nella “dichiarazione di indipendenza” del Corriere della Sera si legge che l'imparzialità, è “una disposizione mentale prima che l'applicazione di una tecnica” e si sostengono la ricerca della “verità fin dove può essere accertata e tutta la verità di cui si può venire a conoscenza”... “controllando i fatti e le fonti”.

Il “patto di Repubblica”, firmato tra l’editrice e il comitato di redazione (5.12.1990) impegna a respingere “interferenze di carattere politico, economico, ideologico da qualsiasi fonte esse provengano, siano essi enti, istituzioni, associazioni pubbliche o segrete, aziende pubbliche o private, gruppi di pressione”. E così pure il codice di autodisciplina del Sole 24ore ed altri.
In sostanza tutti proclamano l'autonomia e l'indipendenza dei giornalisti da fattori esterni.
Nessuno si pone il problema del rapporto con il proprio editore che quasi sempre è portatore di molti interessi industriali, finanziari, commerciali, politici che appunto lo portano a finanziare l'editoria giornalistica e televisiva che, per i suoi costi e la sua complessità, è sempre o quasi ampiamente passiva. Salvo la vistosa eccezione di Mediaset!
Infatti ogni organo di stampa o di televisione risponde alla linea politica (definita editoriale) della sua proprietà. E nessuno se ne meraviglia, proprio perché lo dà per scontato: Berlusconi ha i suoi giornali e tv, De Benedetti i suoi, Telecom i suoi, la Fiat altrettanto e tutti i potenti giornali di area e di provincia hanno i propri padroni.
Non ci risultano in Italia forti sussulti di autonomia giornalistica rispetto ai propri editori. La cosa non stupisce anche perché si pensa che se uno lavora all'Unità la pensa più o meno su quella linea, garantita dal direttore all'editore del giornale fondato da Gramsci ed ora di Soru, proprietario di Tiscali ed altro. E così per tutti gli altri.
Perché per Santoro la situazione è diversa? Perché lui può permettersi l'anomalia di sparare contro il suo editore che è il governo, per il drammatico tramite dei suoi partiti?
Ciò avviene proprio a causa della esistenza di una tv di Stato, lottizzata dal presidente al fattorino, che non esercita quel ruolo di servizio che predica ed è carente di autorevolezza quanto abbondante di compensi e di elargizioni.

Così nello stesso calderone abbiamo Vespa e Santoro, e tutti gli altri codazzi redazionali, consulenziali, amicali e parentali, politici e così via.
Tanto ciò avviene con i nostri soldi dato che paghiamo un canone obbligatorio e sanzionato giuridicamente.

Ci chiediamo se potrebbe essere così se la Rai fosse privata, rispondesse a logiche di mercato sia nelle entrate che nelle spese. Non a caso Berlusconi raccomandava attrici protette alla Rai senza assumerle a Mediaset.

Se si privatizzasse con criteri europei la RAI e ci fosse un solo canale di servizio pubblico, senza pubblicità, votato alla crescita culturale del paese, alla serena e stringata informazione, con giornalisti corretti e non assunti tramite i partiti e le varie cricche, forse le cose andrebbero meglio.
Ci piace sognare una tv disinteressata alle entrate pubblicitarie e attenta solo al servizio pubblico, che tenti di riportare, per quanto le compete e le sia possibile, il paese lontano dall'attuale effimero gioco degli interessi, dal degrado morale, dall'appiattimento conoscitivo e culturale.
Santoro, Floris, Minzolini, Vespa, potrebbero vivere meglio la loro libertà di giornalisti. Noi quella di cittadini.

domenica 23 maggio 2010

Casini ondeggia, Bossi urla, Fini prosegue. E Berlusconi?

LARGHE INTESE?

(Editoriale) Mentre la corruzione avanza nella società, con la stessa rapidità di diffusione della macchia di petrolio nell’Atlantico, il clima politico italiano nelle ultime ore è tornato incandescente e febbrile.
I centristi, e in particolare Pier Ferdinando Casini, sembrano aver ritrovato l’orgoglio di un tempo. Il primo a reintegrarne la mansione è stato Berlusconi, il quale ha fatto sapere di essere aperto a possibili alleanze con l’Udc. Il fine è ovviamente quello di arginare la piccola, anche se fastidiosa, eresia di Fini. Un eventuale ritorno nell’alleanza di Governo dei centristi, in effetti, rafforzerebbe la leadership berlusconiana, moderando lo strapotere della Lega e comprimendo la minoranza interna.
Non a caso, a silurare questa possibilità è stato proprio Umberto Bossi. Ufficialmente, per i leghisti è urgente l’attuazione del programma, in specie il federalismo fiscale nella sua esecuzione gestita dal fido Tremonti. Il ragionamento è secco. Con noi il Pdl vince. Con l’Udc, invece, s’impantana nelle dinamiche di una volta, aprendosi a possibili infedeltà e ipotecando la propria stabilità. D’altronde, vista la reazione dei berlusconiani alla dissidenza dell’ex presidente di An, l’apertura del Pdl a Casini non appare molto coerente. Se, in altre parole, dà fastidio la svolta demo moderata di Fini, perché poi puntare ad allearsi con un personaggio che del suo essere democristiano rivendica orgogliosamente la paternità?

Dall’altra parte, il Pd si presenta ormai come una galassia decomposta, in cui ogni satellite se ne va per conto suo. Bersani è bloccato. Veltroni tenta di rientrare in pista. E Franceschini, da par suo, apre a possibili alleanze con l’Udc. Alla fine, quasi inevitabilmente, si comincia a parlare di larghe intese, ossia di un’evoluzione della tattica parlamentare che potrebbe portare ad un cambiamento ai vertici del Governo, con un Berlusconi che magari lascia la guida dell’esecutivo ad un tecnico.
Io credo che in questo tentativo, da più parti caldeggiato, si facciano i conti senza l’oste. Ossia, senza Berlusconi. Non è molto probabile, infatti, che egli lasci il passo a Tremonti o a qualche altro notabile di fiducia, perché la sua posizione attuale non è per nulla indebolita politicamente.
Le elezioni anticipate, mal che va, sarebbero per lui molto più opportune. Un esecutivo tecnico, inoltre, non converrebbe per primo agli eventuali candidati. Il problema del centrodestra è costituito, in realtà, unicamente dai recenti scandali che derivano dalla corruzione dilagante della cosiddetta “nuova tangentopoli”, a cui tuttavia gli elettori hanno mostrato una stupefacente indifferenza.

Accada quel che accada, è bene porsi qualche interrogativo.

In primo luogo, perché si dovrebbe sperare in un Governo di solidarietà nazionale?
Il problema italiano, a parte la crisi economica che già di per sé non spinge ad avventuristiche sperimentazioni, non è la mancanza di una maggioranza, ma l’assenza di politica. E con questa espressione io intendo la carenza di progetti ideali e concreti che possano costituire una valida alternativa all’espansione della Lega, sia nel centrodestra e sia nel centrosinistra.

Serve un programma economico strategico che metta tutta l’Italia al sicuro dal baratro oscuro della Grecia e del Portogallo, non cedendo alla tentazione del particolarismo.
Fini ha ragione ad esortare il Pdl a presentare sue proposte sull’immigrazione o su altri temi decisivi, in modo tale da avere dei propri punti fermi per negoziare l’alleanza con la Lega e con l’opposizione nel suo insieme. Un possibile esecutivo di tregua servirebbe veramente, se vi fosse fin d’ora un’alternativa di qualche tipo a Berlusconi.

Ma tale scenario attualmente non c’è. E il Pd resta il meno interessato ad elezioni anticipate e l’unico veramente attratto dalle larghe intese. Anche se richiederle, a ben vedere, non è molto intelligente, né lungimirante neanche per la sinistra. Significherebbe, infatti, arginare la malattia che affligge il Pd con antidolorifici, evitando di fare una vera terapia d’urto sulle cause reali che stanno indebolendo la sua neonata identità.

Se, dunque, la situazione invita a fare proposte organiche, dentro e fuori la maggioranza, allora è bene che la stabilità del Governo non venga messa in discussione.

E’ quanto mai opportuno cioè che si avvii un lavoro culturale e politico nella società, fuori dal palazzo, cercando di capire quali siano gli interessi dei nuovi poteri che stanno nascendo e valutando quali forze potrebbero mettersi in gioco domani per aprire una nuova stagione politica del Paese.

Berlusconi, con il suo consueto istinto, ha tentato di anticipare tutti, coinvolgendo la Marcegaglia al posto di Scaiola all’Industria, ma ha ricevuto un eloquente no grazie.
Pochi, infatti, sono pronti ancora a mettersi in campo con Berlusconi.
Mentre molti lo farebbero in un progetto politico differente, se si presentasse con le credenziali giuste.

A ciò conviene pensare.
In definitiva, la migliore iniziativa che si può fare al momento è aprire un confronto con la società sui temi fondamentali della scuola, della sanità, della politica estera, del lavoro, dell’industria, discutendo liberamente e al di fuori di schemi prestabiliti che Italia si vorrebbe costruire e con chi.
L’importante è abbandonare subito ogni pretesa di larghe intese che ingarbuglierebbe ancora di più la matassa, bruciando persone preziose di domani nella gestione attuale del potere e rallentando così ogni eventuale metamorfosi degli equilibri e delle alleanze.

Il Vangelo ammonisce e ricorda: “Mai mettere vino nuovo in botti vecchie”.


sabato 22 maggio 2010

Lorenzo il Magnifico: «Chi era costui?»

ESPERTO NELLE ARTI
DEL TRIVIO E DEL QUADRIVIO?
NO, BOCCIATO NEI «CONTI!»

Un bel racconto, chiaro ed esposto con eleganza. Difficile interpretarlo, vero? E' tornato a grande richiesta «Pungulus».

La historia del Conte Favoletta e di come finì il suo governo
“Eccellenza, ci sono visite!” - esordì il Gran Ciambellano
Sua Altezza il Conte Favoletta si desto' dalla pennichella pomeridiana e si sollevò dal comodo divano che i suoi fidi scudieri avevano nel tempo intagliato per Lui.
Era contrariato perchè stava facendo un bel sogno:
“Su spiagge lontane al dolce tepore del sole in una lunga fila di sudditi si recavano al suo cospetto con doni di ogni tipo. Ma Lui gradiva di più le declamazioni che i sudditi gli facevano:
“Gran Signore dei cippi aurei” – declamò uno.
“Maestà insormontabile dei grandi palazzi” - rispose un altro.
“Gran connestabile delle Feste” - echeggiò un terzo.

E poi altri doni e frutta.
S'avanzò un giovine: “Supremo intenditor di quadri”
Una fanciulla gli sorrise: “ Magnificentissimo Pirotecnico Signore”
“Sublime Architetto” si affretto a dire un terzo.
“Chiarissimo Ideatore della Fornace Ardente” chiosò l'ultimo.

Ai suoi lati insigni personaggi del Suo governo annuivano. Parte dei doni gli sarebbero spettati.
Il Conte Favoletta si beava di tanta bontà d'animo dei suoi sudditi che indubbiamente lo amavano e lo benedicevano, almeno al 70 %.

L'interruzione del Gran Ciambellano lo riportò alla realtà. Nella grande sala era solo. Sul tavolo in bell'ordine una lunga serie di libri rilegati in cuoio. Antichi manoscritti? Incunaboli?
Accanto a questi alcune pergamene munite di sigillo: Attestazioni di stima? Nomine?

Ne gli uni né le altre. Si ricordò presto che il suo Ministro dei Conti d'Oro, accompagnato dal Primo Controllore Generale, gli avevano sottoposto, ben rilegati in volumi di cuoio, i conti del Contado: spendi di qua e spendi di là le casse piangevano.
E le Pergamene non eran certo Attestati o Bolle e neppure Benedizioni, ma convocazioni presso la Corte Reale che voleva vederci chiaro.

Pensò subito ai pochi che nelle riunione del Gran Consiglio del Contado lo avevano messo in guardia e che lui aveva bollato come Menagrami. “Menagrami almeno al 30% circa”, pensò.

Attorno a lui l'aria si era fatta pesante: il suo Attendente Principale si era piano piano fatto da parte, già se lo aveva scelto non certo brillante dovendo essere l'Unica Stella, ma evidentemente ne aveva sottovalutato l'intelligenza visti gli effetti.
Anche alcuni membri del Gran Consiglio del Contado, suoi sostenitori, in tempi non sospetti si erano defilati.

Poteva chiedere aiuto ai Conti viciniori, ma dopo la debacle del vicino Contado del Basso Reame, la cui causa gli era ampiamente attribuita, e alcuni incidenti diplomatici avuti con gli altri Conti per questioni di non poco conto avevano reso debole le Sue alleanze: anche lì la terra era bruciata e non dal sole.

“Altezza ci sono visite” ripetè il Gran Ciambellano con volto preoccupato.

Il Conte Favoletta si voltò e, nella preoccupata espressione del Gran Ciambellano, si rivide qualche tempo addietro dove alcune visite, più o meno togate, non furono proprio tra le più gradite.
La testa cominciò a girargli, intravvide quei momenti e gli parve di riviverli. Per non cadere si sedette sulla Comoda Poltrona e con voce austera, memore del Suo ruolo e della Sua dignità, disse al Ciambellano: “Che entrino!”

Nell'ampio atrio antistante la sala del Conte sette personaggi, avvolti in ampi mantelli da Cavalieri, da tempo attendevano. Avevano a lungo dibattuto il da farsi: attendere che il tempo si compisse e che la Storia facesse il suo corso o, per il bene del Contado, tentare un'ultima mediazione?

Da anni resistevano arroccati sulle loro posizioni critiche come dentro un fortino e, anche se a loro spettava il ruolo aggressivo degli oppositori, più di una volta si erano trovati aggrediti.
Dopo una lunga notte passata in riunione presso la Gran Casa delle Corporazioni del Popolo, in cui non si erano sprecate tensioni e dove a fatica i più assennati, e quindi la maggioranza di loro, avevano saputo raffreddare gli animi e ponderare le decisioni, si era arrivati a questa:
una delegazione di sette persone, il numero della perfezione, si sarebbe recata dal Conte per chiedergli di passare la mano per il bene del Reame. Avrebbero anche fatto, come in passato, delle proposte per risollevare il Contado.

Furono scelti i sette membri del Gran Consiglio del Contado: Escribìs, Lux Mitìs, Campanìs guidati dal loro capo delegazione Lucas Carinìs, ad essi si aggiungeva l'altro Consigliere Carolus de Slenghis e, da ultimi, ma non ultimi, Gian Luis Margutìs e Massimus Secabovìs

Si aprirono le porte della sala del Conte e i sette, nei loro svolazzanti mantelli, facendo appello a tutte le loro migliori risorse interiori avanzarono nella sala.

Da lontano, se non fosse stato per il loro numero e per la mancanza dei cavalli, potevano sembrare forse i cavalieri dell'Apocalisse. E per non essere scambiati per tali subito si annunciarono:
“Eccoci a Lei Signor Conte per....”

Il Conte già turbato e sicuramente in preda a una visione non appena li vide, atterrito, lancio' un grido:

“Sciacalli”
Ecco cosa siete e lo so perchè siete qui!
I quattro si fermarono e si guardarono:
“Sciacalli?”

“Giammai, sussurrarono, noi non mangiamo carogne!”
E girate le spalle si allontanarono.

La Storia avrebbe fatto il suo corso!

Pungulus

giovedì 20 maggio 2010

Un voto contro l'establishment

Primarie Usa:

vincono i Tea Party

e adesso Washington trema

LA NUOVA PAROLA D'ORDINE:
CAMBIAMENTO

(di Bernardino Ferrero) Pennsylvania, Kentucky, Arkansas. Repubblicani e democratici dovranno riflettere su com’è andato il voto per le Primarie di questo “supermartedì” elettorale negli Usa. Il movimento dei Tea Party mostra di essere concorrenziale rispetto ai repubblicani e riesce a imporre i suoi candidati anti-establishment giocando proprio sulla parola d’ordine più cara al Presidente Obama, cambiamento. Una parola che adesso rischia di travolgere la politica americana alle prossime elezioni di mid-term.

lunedì 17 maggio 2010

Muoiono due italiani in Afghanistan.

Due soldati italiani sono stati uccisi e altri due - tra cui una donna che non è in pericolo di vita - sono stati gravemente feriti in seguito da un attacco subito nel nordest dell'Afghanistan

domenica 16 maggio 2010

Aggressione Telepadania: «E' colpa di Gad Lerner»



TelePadania aggredita in un campo nomadi
Il direttore dell'emittente: «E' colpa di Gad Lerner»
Cosa succede quando una troupe di TelePadania si reca in un campo nomadi e le sue telecamere vengono raggiunte, pare, da una sassaiola? Che il direttore dell'emittente, Roberto Fiorentini, in collegamento telefonico con Radio Padania per le consuete anticipazioni del palinsesto televisivo serale, addossa la responsabilità dell'accaduto a Gad Lerner, colpevole "di aver aizzato in maniera violenta, dagli schermi de La7, le comunità rom contro la Lega, tacciandola di razzismo e xenofobia". In collegamento con Radio Padania, ripeto, ovvero con quella stessa radio sulle cui onde si è sentito parlare di "zingari" come di "un'epidemia", di "una razza bastarda da sterminare", di gente che se è morta nei campi di concentramento è perché "se l'è cercata"... in collegamento con Radio Padania, giusto qualche istante dopo l'immancabile lettura degli sms degli ascoltatori: "Dire che gli zingari sono sporconi e molte volte delinquenti è come dire che l'acqua bagna"; "Bossi dice che il governo è forte ma allora perché non governa fortemente con gli zingari?". E lo speaker: "Si sa che gli zingari sono tendenzialmente delinquenti".

Colpa di Gad Lerner, già.

d.s.

venerdì 14 maggio 2010

Non dimentichiamo HAITI


CONCERTO PRO HAITI
un acquedotto per Haiti

Riceviamo e pubblichiamo
Gentilissimi operatori di L' Altra Tradate, vi contatto per promuovere il concerto: Signore, dammi di quest'acqua che si terrà il 16 Maggio 2010, e il cui intero ricavato andrà a favore della Missione di Don Giuseppe Noli in Haiti.
Permettetemi di presentarmi brevemente: sono il Dott. Luca Pozzi e sono coordinatore delegato da Arte Diem per questo evento.Tutto il ricavato del concerto sarà destinato alla costruzione di un acquedotto in Haiti, presso la missione di Don Giuseppe Noli, area abitata da 25 mila persone e ad oggi interessata dall’arrivo continuo di “profughi” dalla zona epicentro del terremoto. Dall'ultima contatto mail circa 5000 persone, molte purtroppo in pessime condizioni di salute.
Il tutto in una serata organizzata dall’associazione culturale Arte Diem, primo di una serie di eventi incentrati sulla figura femminile, anche nella società Haitiana cardine della vita sociale.
Allego materiale informativo sugli enti coinvolti e sul progetto, più la locandina.
Resto a vostra disposizione per tutte le informazioni di cui, spero, avrete bisogno, per un intervista.
Vi saluto cordialmente,
Luca Pozzi
signoredammidiquestacqua@gmail.com

mercoledì 12 maggio 2010

Gianfranco Librandi intervistato da Radio Vaticana

UN IMPRENDITORE
CHE «PARLA ITALIA».
IL NORD E' PRONTO PER OGNI BATTAGLIA ECONOMICA.
Tutte le regioni italiane hanno grandi risorse.
Occorre prestare attenzione al territorio,
utilizzando persone competenti,
troppo poco ascoltate dalla politica.
Sud, Centro e Nord uniti.

Riceviamo e pubblichiamo
Gianfranco Librandi, il fondatore di Unione Italiana: ascoltatelo. Luca Collodi a Radio Vaticana lo ha intervistato e affronta il tema del futuro politico, sociale ed economico dell'Italia (trasmissione "Il Funambolo, una questione di equilibrio" dell' 11 maggio 2010. Clicca qui per ascoltare l'intervista in Mp3.

domenica 9 maggio 2010

Festa della mamma, 2010

SONO TUTTE BELLE LE MAMME DEL MONDO
Una significativa immagine rielaborata da Pierluigi Gilli. Grazie!

Di Pietro - intervento a Radio 24 - Nuova Tangentopoli



NON ESISTE IL PARTITO DEGLI ONESTI
E QUELLO DEI DISONESTI.
FUORI I DISONESTI DA TUTTI I PARTITI!
Il video serve per smuovere la attenzione sonnolenta di moltissimi. La politica non può essere usata per fare gli affari propri. Anche a Tradate, ovviamente!

Misteri siciliani e di Stato...

I MISTERI DELL'ADDAURA

Riceviamo e pubblichiamo
Salve, vi invio in allegato (o, comunque, consultabile su: http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/I-MISTERI-DELLADDAURA-b1-p273.htm ) un breve articolo da me scritto dedicato alle figure di Nino Agostino ed Emanuele Piazza, i due poliziotti:
- che hanno sventato l'attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone;
- e che per anni, proprio per aver svolto egregiamente il proprio dovere, sono stati vittime di depistaggi e tentativi di vile denigrazione. Facendo un paragone con la figura di Peppino Impastato (di cui ricorre l'anniversario della morte domenica 9 maggio), il mio invito è, allora, quello di approfittare delle celebrazioni in ricordo di Peppino (e della madre Felicia Bartolotta), che sono in corso a Cinisi (PA), per:
- ricordare tutti gli altri "Peppino Impastato" di cui la storia del nostro Paese è piena (spesso ignoti...);
- e mostrarsi solidali, in particolare, con le famiglie di questi due giovani "servitori dello Stato", che da anni chiedono invano semplicemente "verità e giustizia"...

Saluti,

Gaspare Serra
(Studente di Giurisprudenza - Palermo)


Gruppi facebook "Insieme contro la Mafia":

Berlusconi e la corte dei miracoli...

ATTENTI AI GERARCHI

Se il presidente Berlusconi avesse ascoltato molti uomini del suo partito, quando gli raccontavano di voci e informazioni su molti autorevoli personaggi della sua corte, oggi non soffrirebbe gli eventi, taluni prevedibili ed evitabili, e non sarebbe costretto a richiamare, ormai poco convinto lui stesso, le strategie persecutorie della magistratura e, cosa certo non nuova e non cessata, che “nel partito ci sono troppi affaristi”. E lui sa solo quel che succede a Roma e dintorni. Ancora più patetiche, per il personaggio ormai credibile solo nel ruolo di cui è supremo attore, di laudator domini, le dichiarazioni del coordinatore del Pdl e ministro della cultura, il Bondi da Fivizzano, che ripete con aria seriosa e sofferta, che le inchieste “sono rivolte unicamente nei confronti dei rappresentanti di una determinata parte politica”.

Certo, è sempre colpa degli altri, dei complottisti, dei magistrati, del fuoco amico e di quello nemico, degli amici che hanno tradito la comune battaglia.

Ora è sotto tiro il Verdini da Fivizzano, pure lui (coincidenze della vita o innaturali convergenze e sante solidarietà?) e anche lui coordinatore del popolo delle libertà. Non sappiamo se anche a lui Bondi abbia dedicato una dolce poesia, come fece con il collega Cicchitto.

Ma il Verdini è un tipo tosto, anche più di Scajola ed anche abituato a incidenti giudiziari. Accusato di corruzione, nel quadro di una inchiesta della direzione distrettuale antimafia per questioni legate alla sua banca, il Credito cooperativo fiorentino, e ad operazioni in Sardegna dove rispunta vicino a lui la luminosa figura di Flavio Carboni, noto faccendiere che appare nelle più significative inchieste italiane e non solo, legate a mafia e camorra ed altri ambientini del genere, ed anch’egli abituato a frequentazioni carcerarie.
Può un partito che si definisce delle libertà, che voleva cambiare l'Italia rinnovando il paese dopo tangentopoli, riportare in auge valori tali da stimolare i sentimenti che in un tempo che sembra assai lontano si esprimevano nell’appassionato grido di Forza Italia?
Può ridursi a ciò che è, ed ad onta dei voti ancora numerosi, per puro amore di potere, e ridurre il suo ruolo ad un ben deludente simulacro di ciò che fu o meglio ciò che voleva essere?

Questa situazione, nella periferia del paese è pure peggiore, a causa del recupero e utilizzo, sotto le bandiere della libertà, di uomini che hanno caratterizzato e causato, con la loro presenza malefica, l'ingloriosa fine della prima Repubblica. Dopo aver distrutto la “libertas” ora distruggono la più attualizzata “libertà”.

Finita la prima Repubblica, la sedicente seconda si trova con tutti i sintomi delle precedenti malattie che il paziente non vuole riconoscere accusando i medici di essere mendaci, incompetenti e spesso pure traditori. Che fare dunque perché il male trovi un minimo di cura e non si diffonda a tutto il paese anche alle parti buone che pur esistono, a destra e a sinistra, e in tutta la società italiana, anch'essa non indenne dai difetti della sua espressione politica.
Occorre stimolare una rivolta morale che sia attiva e propositiva.
La consulente per i sondaggi di Berlusconi dottoressa Alessandra Ghislieri sta dicendo che la gente è al limite della sopportazione e della rivolta, che si sta vivendo un clima da linciaggio, una violenta contestazione a questo modo di fare politica, a questa incapacità di cambiamento al meno nei metodi e nei comportamenti, divenuti ormai insopportabili.

Noi non siamo sfascisti, non operiamo nella logica di Di Pietro o di Grillo e talvolta della Lega. Vogliamo essere propositivi ma senza illusioni, nella verità dei fatti, nel riconoscimento di vizi ed errori, nella constatazione dell'esigenza di una grande spinta morale che una società, drogata dalla cattiva comunicazione soprattutto televisiva, fatica a ritrovare.

Si dice che il popolo non è meglio dei suoi governanti ed è vero; ma dobbiamo riaffermare che i governanti devono essere meglio del popolo.

Ecco perché dobbiamo porci il problema della classe dirigente che non può essere inventata, conosciuta nei festini o assaporata nelle ville o osservata per l'abilità delle sue lodi e della disponibilità cieca, pronta, assoluta.

Ormai più di 15 anni fa Berlusconi aveva acceso una speranza che aveva fatto sognare gli italiani.

Quel sogno si è perso tra difficoltà oggettive, rivalità faziose, condizionamenti ma sopra tutto per avere voluto un partito troppo leaderistico, dove la vicinanza fisica al campo diventava autrice di ruoli, e magari non richiesti servaggi, di improprie gerarchie e di cattivi gerarchi.

I contenuti della proposta berlusconiana erano buoni, promettevano bene ma esigevano una classe politica capace di operatività e di sintesi. Molti di quei contenuti che non furono attuati sono ancora validi ma chi li aveva proposti non è più credibile con 15 anni di ritardo.
Occorre dunque una nuova realtà politica che sappia esprimere una dirigenza per l'attuazione di quei programmi, oggi da rivalutare alla luce dei cambiamenti della società italiana, della situazione europea, del contesto internazionale.
In un passato non del tutto lontano, il duce era circondato da gerarchi e li teneva nonostante la consapevolezza delle loro miserie e la pericolosità dei loro comportamenti. Gli facevano spostare le mandrie di vacche e squadre di aerei per dargli la sensazione di potenza e sicurezza.

Chi gli diceva la verità cadeva in disgrazia. E Mussolini, in politica, non era un parvenu.

Ma a farlo grande fu soprattutto la piccolezza altrui: di un re pavido ed inadeguato, di un governo liberale stanco ed alla fine della sua lunga esperienza, di una dirigenza del paese che preferiva fuggire e non affrontare i problemi.
I Gerarchi rubavano (naturalmente non tutti) il duce no, ma lasciava che facessero e disfacessero, sempre in nome del capo. Egli ne assumeva la responsabilità.

Anche in una democrazia, limitata e coartata come la nostra, ci sono i gerarchi e c'è un capo che li nomina, li sostiene, dà loro potere. Senza fare paragoni eccessivi ma pur sempre significativi, bisognerebbe ricordare ai capi che ben pochi gerarchi seguirono il loro capo sulle vergognose picche di piazzale Loreto. Ma lui, il capo, c’era e solo con pochissimi intimi. (Kybalion)