martedì 22 dicembre 2009

Petizione: il razzismo non è un'opinione

Vi proponiamo una spigolatura da un altro blog

A coloro che vivono la propria cittadinanza in maniera autentica, ovvero in una dimensione europea, segnalo questa petizione di Sos Racisme. Nella stessa si chiede la cessazione di un pretestuoso dibattito (quello sull’identità nazionale voluto dal presidente francese Sarkozy e dal suo ministro dell’immigrazione) che si sta facendo veicolo dei peggiori sentimenti islamofobi (d.s.)


Che cosa significa essere francesi
Una serie di incontri organizzati dal ministro Besson per capire l'identità nazionale


Mentre in Italia si discute su come apostrofare chi considera l’immigrato un diverso, e la maggioranza si dilania tra i finiani favorevoli a una cittadinanza rapida e i leghisti che invece chiedono l’espulsione dei clandestini, Parigi discute di immigrazione e identità nazionale nelle nuove forme della democrazia partecipativa. Nel cuore delle grandi ambasce in cui, ormai a metà mandato, vive la presidenza Sarkozy, funestata da scandali familistici, indebolita da riforme improvvisate come quella della tassa professionale e degli enti locali, il ministro dell’Immigrazione, Eric Besson, ha lanciato un’inedita iniziativa. Per entrare nel vivo del dibattito sull’identità nazionale, l’ex socialista transfuga nel governo di centrodestra ha aperto un forum pubblico sul web che si concluderà il 4 febbraio con un convegno di sintesi, per invitare il popolo a spiegare che cosa vuol dire essere francesi, e così facendo ridefinire insieme i valori della nazione e su di essi fondare il futuro comune. Preso dalla foga partecipativa, Besson ha dato anche incarico ai prefetti di organizzare, in ciascuno dei 96 dipartimenti francesi e dei 342 arrondissement della Francia metropolitana, una serie di incontri con le forze sociali, associazioni, sindacati, eletti locali, per porre loro il quesito chiave – “Che cosa significa essere francesi” – obbligandoli a trasmettere risposte e resoconti dei dibattiti al ministero entro e il prossimo 31 gennaio.

Salutata dai lazzi dei vicini spagnoli, che per voce del País hanno chiosato “Il dibattito andrebbe considerato chiuso”, l’iniziativa è stata oggetto dei commenti più svariati. Bernard-Henri Lévy, per esempio, ne ha approfittato subito per porre un’alternativa drastica: “O si mette a tacere il signor Besson, o si seppellisce definitivamente l’Europa”. Meno drastica di lui, Mona Ozouf, la storica della rivoluzione francese, grande studiosa dell’utopia e dell’“homme régénéré”: “Riflettere su cosa significa essere francese è utile e interessante, anche se questo dibattito sembra ispirato da una tentazione autoritaria. Noi francesi abbiamo fatto il nostro apprendistato della vita comune attraverso le associazioni, le chiese, i sindacati, i mestieri, le città, le regioni. Oggi invece è il governo a lanciare un dibattito dall’alto al basso, scegliendo prefetti e sottoprefetti per organizzarlo. Il che rivela una mancanza di fiducia nell’espressione democratica spontanea”. Persino un settimanale conservatore come Le Point denuncia l’imperizia del governo, che ha ingiunto ai prefetti di orchestrare una consultazione popolare, quando il loro compito dovrebbe limitarsi al rilascio dei documenti di identità, e punta il dito sullo “stato febbrile di una maggioranza pronta a tutto per riaccendere gli entusiasmi prima delle regionali”, che anche in Francia si terranno a marzo.

Ma a fronte del 64 per cento della popolazione che considera l’iniziativa di Besson una semplice “opération politicienne”, la maggioranza dei francesi, 6 su 10, approva senza riserve che si discuta di identità nazionale. In soli venti giorni il sito aperto all’uopo dal ministero di Besson (www. debatidentitenationale.fr) ha registrato un tasso di partecipazione altissimo, tanto da rendere necessario l’arrivo in forze di una squadra specializzata per smistare le migliaia di messaggi diversissimi e paradossali, fra i quali si trova di tutto: dalle icastiche citazioni tratte da Tolstoi, tipo: “Il patriottismo è schiavitù”, alle provocazioni palesi: “Essere francese significa aver diritto agli assegni familiari per dare da mangiare alle mie cinque mogli e ai miei venticinque figli ancora lontani”.

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